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Dal numero di turisti al valore economico: una lettura dei dati sul turismo in Calabria

Cosa raccontano davvero le statistiche ufficiali dell'ISTAT

by Francesco Aiello e Michele Mercuri
30/07/2026
in Turismo
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Dal numero di turisti al valore economico: una lettura dei dati sul turismo in Calabria

Questo saggio propone una sintesi organica di una serie di approfondimenti sul turismo in Calabria, recentemente pubblicati su OpenCalabria. Attraverso l’analisi dei dati più recenti disponibili, i diversi contributi hanno affrontato aspetti specifici del fenomeno: l’andamento delle presenze, la distribuzione territoriale dei flussi, l’internazionalizzazione della domanda, il ruolo dei mercati nazionali, la struttura dell’offerta ricettiva, i modelli di consumo dei visitatori e la spesa turistica. Questo saggio ne propone una sintesi organica e strutturata. L’obiettivo non è riproporre i singoli approfondimenti, ma ricomporli in un quadro interpretativo unitario, mettendo in evidenza il filo conduttore che li accomuna: il turismo calabrese è un settore reale e in crescita, ma il suo contributo allo sviluppo economico della regione dipende non soltanto dal numero dei visitatori, bensì anche dalla loro distribuzione territoriale, dalla durata dei soggiorni e dalla capacità del sistema turistico di trasformare le presenze in reddito, occupazione e valore aggiunto diffuso.

Negli ultimi anni il turismo è tornato stabilmente al centro del dibattito sullo sviluppo della Calabria. L’aumento dei collegamenti aerei, la maggiore visibilità di alcune destinazioni costiere, il consolidamento di Tropea e della Costa degli Dei e la crescita di nuove forme di ospitalità hanno alimentato una narrazione generalmente positiva. Il turismo viene spesso indicato come uno dei settori nei quali la regione potrebbe disporre di un vantaggio competitivo immediatamente spendibile: un patrimonio ambientale esteso, due mari, una lunga fascia costiera, montagne fruibili in molte stagioni dell’anno, aree protette, borghi, beni culturali e una tradizione enogastronomica riconoscibile.

Questa lettura contiene una parte di verità, ma non è sufficiente. I dati restituiscono un sistema turistico reale e tutt’altro che marginale, che tuttavia rimane piccolo nel confronto nazionale, fortemente concentrato nello spazio e nel tempo, dipendente da pochi mercati e da un modello ricettivo molto specializzato. Soprattutto, mostrano che le presenze turistiche non si trasformano automaticamente in valore economico diffuso. I dati raccontano una regione che possiede un turismo, ma non ancora un sistema turistico pienamente integrato; che riesce a riempire alcune località solo nei mesi estivi, ma fatica ad attrarre i mercati più ricchi, a coinvolgere una parte ampia del territorio e a generare livelli di spesa comparabili con quelli delle principali destinazioni italiane.

Per interpretare correttamente i dati è utile chiarire un punto spesso trascurato nel dibattito pubblico. Il valore economico complessivo del turismo può essere interpretato come il prodotto di tre fattori: numero di visitatori, durata media del soggiorno e spesa media giornaliera. Ognuna di queste contribuisce ad accrescere il valore economico complessivo del settore. Un aumento delle presenze rappresenta quindi, di per sé, una buona notizia, perché amplia il volume potenziale di reddito generato dal turismo. Allo stesso tempo, però, due destinazioni con lo stesso numero di visitatori possono produrre effetti economici molto diversi se differiscono nella durata media dei soggiorni o nella capacità di spesa dei loro ospiti. Per comprendere il posizionamento della Calabria non basta quindi osservare quante persone arrivano, ma occorre considerare congiuntamente tutte e tre queste dimensioni.

Una crescita troppo debole per colmare il divario

Nel 2024 la Calabria ha registrato circa 1,75 milioni di arrivi e 8,14 milioni di presenze nelle strutture ricettive ufficiali, con una permanenza media di 4,65 notti. La regione disponeva di oltre 3.700 esercizi ricettivi e di circa 191 mila posti letto. Non si tratta, dunque, di numeri trascurabili. Rapportate alla popolazione, le presenze equivalgono a 4,44 pernottamenti per residente.

Il confronto nazionale, tuttavia, ridimensiona la portata di questi valori. Nel 2024 l’Italia ha superato i 466 milioni di presenze; la quota della Calabria è stata pari soltanto all’1,75%, collocando la regione al diciassettesimo posto tra regioni e province autonome. La Sicilia ha registrato circa 17,3 milioni di presenze, più del doppio della Calabria; la Puglia 17,9 milioni e la Campania 21,4 milioni. Ancora più significativo è il dato dinamico. Tra il 2023 e il 2024 le presenze sono aumentate in Calabria appena dello 0,5%, contro il 4,2% nazionale. Nello stesso periodo la Puglia è cresciuta del 6,4%, l’Abruzzo del 5,5%, la Campania del 3,3%, la Sicilia del 5,5% e la Sardegna del 9,9%.

Il turismo calabrese, quindi, non è fermo, ma cresce meno del mercato nel quale compete. E quando una destinazione aumenta le presenze più lentamente delle altre, perde inevitabilmente quote relative. Questa distinzione è essenziale, perché impedisce di giudicare l’andamento del settore soltanto sulla base di variazioni positive senza che vengano contestualizzate. In un mercato nazionale in espansione, una crescita dello 0,5% rappresenta più un segnale di debolezza che un risultato da celebrare.

La questione non riguarda soltanto il numero dei turisti. È la capacità della Calabria di partecipare alla crescita complessiva della domanda italiana e internazionale a rimanere limitata. La regione intercetta ancora una quota ridotta dei flussi nazionali, mentre altre destinazioni meridionali, pur condividendo parte dei medesimi vincoli infrastrutturali e geografici, hanno mostrato una maggiore capacità di espansione.

Molto turismo in pochi territori

Il secondo elemento strutturale riguarda la distribuzione territoriale. Il turismo calabrese è fortemente concentrato lungo le coste: il 92,6% delle presenze si registra nei comuni litoranei. Inoltre, i primi dieci comuni turistici concentrano più della metà dei flussi regionali. Su 404 comuni, soltanto 169, pari al 42%, registrano presenze nelle statistiche ricettive ufficiali.

Questi dati smentiscono l’idea, spesso ripetuta, secondo cui tutta la Calabria sarebbe naturalmente una destinazione turistica. Disporre di risorse ambientali, paesaggistiche o culturali non significa automaticamente essere inseriti nel mercato turistico. Una destinazione esiste economicamente solo quando dispone di servizi, strutture, accessibilità, riconoscibilità e capacità di attrarre una domanda disposta a soggiornare e spendere. L’epicentro del turismo regionale è la Costa degli Dei. Ricadi registra circa 932 mila presenze, oltre 14 mila posti letto e un indice di turisticità di quasi 185 presenze per abitante. Tropea è l’unico comune calabrese presente tra i primi 25 comuni italiani per densità turistica.

Questa concentrazione produce un apparente paradosso. In una stessa regione convivono località sottoposte nei mesi estivi a una pressione turistica molto elevata e vaste aree nelle quali il turismo ha un’incidenza economica minima. Persino le destinazioni calabresi più forti, inoltre, restano lontane dai grandi poli nazionali per volume complessivo. Ricadi, primo comune calabrese per presenze, non rientra nei primi cinquanta comuni turistici italiani.

La concentrazione costiera non è necessariamente un’anomalia: il principale prodotto turistico calabrese è il mare ed è naturale che la capacità ricettiva si localizzi nelle aree maggiormente richieste. Il problema nasce quando questa specializzazione non è accompagnata da connessioni con i borghi, le aree interne, i parchi, le città e il patrimonio culturale. In quel caso, il turismo non diventa una rete regionale, ma rimane un insieme di poli costieri relativamente separati dal resto del territorio.

Una internazionalizzazione ancora debole

Il terzo elemento è la limitata presenza della domanda estera. Nel 2024 i turisti stranieri hanno generato circa 1,6 milioni di presenze, pari al 19,7% del totale regionale. Il dato è molto differenziato: la quota estera raggiunge il 37,5% nella provincia di Vibo Valentia, ma scende al 9,6% in quella di Cosenza.

Il primo mercato internazionale è la Germania, con oltre 500 mila presenze, quasi un terzo del totale estero. Seguono Repubblica Ceca, Polonia, Regno Unito, Svizzera e Austria. Questa composizione segnala un radicamento nei mercati dell’Europa centrale e centro-orientale, coerente con il prodotto balneare organizzato, i villaggi e i flussi charter diretti soprattutto verso la Costa degli Dei.

La presenza assoluta di un paese, però, non misura da sola la competitività della destinazione. Occorre confrontare la quota che la Calabria intercetta di quel mercato con il peso medio della regione sul turismo nazionale. Da questo confronto emerge che, tra i principali paesi esteri, soltanto la Repubblica Ceca presenta una vera specializzazione verso la Calabria: la regione assorbe il 2,89% delle presenze ceche in Italia, contro una quota media calabrese dell’1,75%, con un indice di specializzazione pari a 1,65.

Per gli altri grandi mercati l’indice resta inferiore all’unità: 0,44 per la Germania, 0,38 per il Regno Unito e appena 0,24 per la Francia. Ciò significa che, anche quando i numeri assoluti possono apparire rilevanti, questi paesi scelgono la Calabria molto meno di quanto scelgano mediamente le destinazioni italiane.

Una parte dei flussi provenienti dal Canada, dall’Argentina, dall’Australia, dagli Stati Uniti, dalla Svizzera e dalla Germania è, inoltre, collegata alla diaspora calabrese e al turismo delle radici. Si tratta di una componente importante sotto il profilo identitario e culturale, ma diversa dal turismo internazionale competitivo: chi torna nel comune di origine della propria famiglia risponde a motivazioni e incentivi differenti rispetto a chi seleziona la Calabria tra più destinazioni alternative.

Confondere queste componenti porta a sovrastimare la capacità competitiva del sistema regionale. Il turismo delle radici va valorizzato, ma non può essere interpretato come prova sufficiente della capacità della Calabria di conquistare i grandi mercati internazionali.

Il mercato nazionale resta soprattutto meridionale

La dipendenza da una domanda geograficamente vicina emerge ancora più chiaramente osservando i turisti italiani. Nel 2024 quasi il 66% delle presenze nazionali proveniva dal Mezzogiorno. Il primo mercato era la Campania, con circa 2,37 milioni di presenze, pari al 36,2% del totale italiano. Seguivano Lazio, Calabria, Puglia, Lombardia e Sicilia.

La Campania rappresenta, quindi, il principale bacino del turismo calabrese. La vicinanza geografica, l’accessibilità stradale e la complementarità tra la costa campana, più costosa e congestionata, e quella calabrese favoriscono un modello di turismo familiare, balneare e spesso organizzato nei villaggi. Non c’è nulla di intrinsecamente negativo nel turismo di prossimità. Esso garantisce volumi, permanenze relativamente lunghe e una domanda più stabile rispetto a mercati lontani e volatili. Il limite emerge quando la regione dipende eccessivamente da pochi bacini vicini e penetra poco nei grandi mercati ad alto reddito.

L’analisi dell’indice di specializzazione regionale mostra infatti che la Calabria è sovrarappresentata nei mercati meridionali e sottorappresentata in molte regioni del Centro-Nord. Il dato è particolarmente rilevante per Lombardia e Piemonte: grandi bacini metropolitani, elevata capacità di spesa e assenza di una rilevante offerta balneare regionale. Sono, in teoria, mercati più contendibili rispetto alla Liguria, alla Toscana, all’Emilia-Romagna o al Veneto, i cui residenti dispongono già di destinazioni costiere interne.

I turisti settentrionali che arrivano in Calabria tendono inoltre a concentrarsi sul prodotto regionale più riconoscibile. La Lombardia indirizza circa un terzo delle proprie presenze verso la provincia di Vibo Valentia, mentre la domanda campana privilegia maggiormente la costa tirrenica cosentina. La debole penetrazione dei mercati più ricchi non è, dunque, un fenomeno distribuito uniformemente sull’intera offerta regionale. È anche il riflesso della scarsità di destinazioni calabresi dotate di notorietà, servizi e posizionamento sufficienti a competere su scala nazionale. Tropea e la Costa degli Dei riescono parzialmente a intercettare questi flussi; molti altri territori no.

Il modello calabrese è quello dei villaggi

Per comprendere la geografia e la composizione della domanda occorre guardare alla struttura dell’offerta. Nel 2024 la Calabria disponeva di circa 191 mila posti letto, formalmente distribuiti in modo quasi equilibrato tra alberghi e strutture extra-alberghiere. Dietro questa apparente varietà si nasconde, tuttavia, una forte concentrazione.

I villaggi turistici rappresentavano da soli il 32,7% dei posti letto regionali. Gli alberghi a quattro stelle ne assorbivano un altro 25,6% e quelli a tre stelle l’11,9%. Complessivamente, queste tre categorie coprivano oltre il 70% della capacità ricettiva. Villaggi e quattro stelle, da soli, superavano il 58%. Gli alberghi a cinque stelle rappresentavano, invece, appena l’1,1% dell’offerta.

Il prodotto prevalente non è, dunque, il piccolo albergo di lusso, il turismo urbano o una rete diffusa di strutture legate ai borghi. È il resort costiero a quattro stelle, spesso associato a pacchetti organizzati e formule all-inclusive.

Questo modello ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo turistico regionale. Ha consentito di organizzare grandi volumi di domanda, valorizzare tratti costieri prima poco frequentati e intercettare mercati italiani ed europei interessati a una vacanza balneare familiare. Sarebbe, quindi, sbagliato considerare i villaggi un ostacolo da rimuovere. I loro limiti derivano piuttosto dal grado di specializzazione che hanno assunto. Le grandi strutture sono localizzate sulla costa, operano prevalentemente nei mesi estivi e tendono a concentrare al proprio interno alloggio, ristorazione, intrattenimento e altri consumi. Il turista acquista un prodotto completo e dispone di pochi incentivi a uscire dalla struttura, soprattutto quando il villaggio è lontano dai centri abitati e non esistono trasporti o escursioni organizzate.

La conseguenza è duplice. Da un lato, il modello contribuisce alla concentrazione costiera e stagionale dei flussi. Dall’altro, una parte elevata dei ricavi turistici resta all’interno delle strutture e si trasmette in misura limitata al sistema economico circostante. Il tasso lordo di occupazione dei posti letto regionali è pari all’11,7%, equivalente a circa 43 giorni di pieno utilizzo nell’arco dell’anno. Il valore non indica necessariamente che le strutture siano vuote durante la stagione di apertura: molti villaggi raggiungono livelli elevati di occupazione a luglio e soprattutto ad agosto, ma operano soltanto per tre o quattro mesi.

Anche in questo caso il problema non è soltanto quantitativo. Non si tratta semplicemente di costruire altri posti letto. La Calabria dispone già di una capacità ricettiva consistente; la questione è come utilizzarla più a lungo, come integrarla con il territorio e come affiancare al prodotto balneare altri segmenti capaci di ampliare la base della domanda.

Molte notti, poca spesa

Il risultato economicamente più significativo emerge dall’analisi dei microdati ISTAT dell’indagine “Viaggi e vacanze”. Tra le principali destinazioni balneari italiane, la Calabria presenta il livello più basso di spesa media giornaliera. Nel periodo 2019-2024, la spesa dei visitatori è pari a poco più di 38 euro al giorno,  equivalente al 66% del valore medio (58 euro) registrato in Italia. Il risultato si conferma anche considerando il solo 2024: la spesa media giornaliera è pari a circa 36 euro in Calabria, contro 63 euro a livello nazionale. Il divario non riguarda un’unica area di provenienza. I turisti residenti nel Nord spendono in Calabria mediamente 34 euro al giorno, contro 57 euro nei loro viaggi in Italia. Per quelli del Centro il confronto è tra 36 e 59 euro; per i residenti nel Mezzogiorno tra 54 e 57 euro.

La bassa spesa non è, quindi, spiegata esclusivamente dalla forte presenza di turisti meridionali. Anzi, questi ultimi spendono in Calabria quasi quanto spendono in media altrove. Essa attraversa tutti i principali mercati, seppure con intensità diverse, e appare come una caratteristica del modo in cui la vacanza viene vissuta in Calabria.

Una parte rilevante della spiegazione riguarda l’alloggio fuori mercato. Il 53% dei soggiorni avviene presso parenti, amici o in abitazioni di proprietà. L’indagine ISTAT sulla domanda stima circa 16 milioni di pernottamenti dei soli italiani , mentre le statistiche sul movimento negli esercizi ricettivi ne registrano circa 6,5 milioni di presenze italiane . La differenza non rappresenta un errore: fotografa la dimensione di un turismo che esiste, ma rimane in larga misura invisibile alle statistiche dell’offerta.

Chi alloggia presso parenti o amici spende mediamente 17,6 euro al giorno, contro 56,4 euro di chi utilizza una struttura di mercato. Il divario non dipende soltanto dall’assenza della spesa per l’alloggio. Il soggiorno presso la famiglia è associato a un modello di consumo differente: si mangia più frequentemente in casa, si condivide la quotidianità con parenti e amici e si acquistano meno servizi propriamente turistici. Il turismo di ritorno è profondamente legato alla storia migratoria calabrese. Molti visitatori non scelgono la Calabria dopo avere confrontato prezzi, strutture e attrazioni con altre destinazioni: tornano nel luogo di origine, soggiornano nell’abitazione familiare e trascorrono due o tre settimane ricostruendo relazioni sociali. La loro permanenza può essere lunga, ma la spesa giornaliera resta contenuta.

Questa componente non rappresenta necessariamente una criticità da correggere. È un tratto strutturale della domanda, difficilmente modificabile e, sotto molti aspetti, anche desiderabile. Mantiene legami familiari, alimenta consumi locali e produce una forma di presenza che altrimenti non esisterebbe. Sarebbe poco realistico costruire una strategia turistica immaginando di trasformare il ritorno familiare in una vacanza ad alta intensità di consumo.

Ma neppure il turismo di ritorno spiega tutto. Limitando il confronto ai soli soggiorni effettuati in strutture di mercato, la spesa giornaliera in Calabria resta pari a circa 63 euro, contro una media nazionale di 84 euro. Eliminando statisticamente l’ospitalità gratuita, il differenziale si riduce ma non scompare. Entrano allora in gioco la forte specializzazione balneare, il peso delle formule all-inclusive, la limitata offerta di servizi complementari e la difficoltà di integrare il soggiorno con esperienze, attrazioni e consumi esterni alla struttura ricettiva.

Il dato sulla spesa va interpretato con precisione. La spesa media giornaliera non coincide con la spesa turistica complessiva, che dipende anche dal numero dei visitatori e dalla durata della permanenza. Una regione può accrescere il valore totale del turismo aumentando le presenze, prolungando la stagione o elevando la spesa per giornata. Sono leve diverse e non alternative.

Le analisi qui richiamate si concentrano soprattutto sulla terza dimensione: l’intensità economica di ciascuna giornata di vacanza. Il fatto che essa sia particolarmente bassa indica che, a parità di presenze e durata dei soggiorni, il turismo genera in Calabria meno domanda di mercato rispetto ad altre destinazioni.

Dalle presenze al valore economico

Che cosa suggeriscono, nel loro insieme, questi risultati?

La prima conclusione riguarda il modo stesso in cui va valutato il turismo. La crescita delle presenze osservata negli ultimi anni rappresenta un risultato positivo, perché contribuisce direttamente ad aumentare il valore economico complessivo generato dal settore. I dati mostrano però che questo risultato è accompagnato da una spesa media giornaliera significativamente inferiore rispetto a quella registrata nelle principali destinazioni concorrenti. Ne consegue che, a parità di numero di presenze, il contributo del turismo all’economia regionale tende a essere più contenuto. L’obiettivo, quindi, non è contrapporre la crescita dei flussi all’aumento della spesa media, ma rafforzare entrambe le componenti: ampliare il numero dei visitatori e, nello stesso tempo, accrescere il valore economico generato da ciascun soggiorno.

La seconda conclusione è che non tutti i fattori individuati presentano gli stessi margini di intervento. Il turismo di ritorno e l’ospitalità presso parenti riflettono la storia demografica e migratoria della regione. Producono una domanda strutturalmente meno orientata all’acquisto di servizi turistici e non possono essere trasformati attraverso una semplice campagna promozionale. Un margine maggiore esiste nel rapporto tra villaggi e territorio. Non si tratta di contrapporre le grandi strutture a un generico turismo alternativo. I villaggi sono una componente consolidata della competitività calabrese e continueranno ad avere un ruolo centrale. La questione è se possano funzionare meno come enclave e più come nodi di un sistema territoriale. Trasporti dedicati, escursioni organizzate, visite ai borghi, esperienze culturali ed enogastronomiche, rapporti stabili con guide, imprese agricole, ristoratori e operatori locali potrebbero trasferire all’esterno delle strutture una quota maggiore della spesa e produrre anche un effetto indiretto: fare conoscere ai visitatori luoghi che potrebbero diventare oggetto di viaggi successivi e autonomi. Oggi questa integrazione appare ancora debole.

La terza conclusione è che la Calabria deve ampliare e diversificare la composizione della propria domanda, senza immaginare di sostituire i segmenti esistenti. Il turismo familiare meridionale, il ritorno degli emigrati e i villaggi continueranno a rappresentare una parte rilevante del mercato regionale. La crescita del valore economico richiede però che a questi segmenti se ne affianchino altri maggiormente orientati al consumo di servizi, cultura, natura, enogastronomia, sport, esperienze e qualità urbana. Questo passaggio richiede un’offerta coerente. Non basta promuovere genericamente i borghi o dichiarare l’obiettivo della destagionalizzazione. Le destinazioni devono diventare accessibili, organizzate, riconoscibili e acquistabili. Un patrimonio privo di servizi rimane una risorsa potenziale, non un prodotto turistico.

Questa prospettiva suggerisce anche di evitare due letture ugualmente riduttive. La prima consiste nel celebrare ogni aumento delle presenze come prova di successo. La seconda consiste nell’ignorare i progressi che il turismo calabrese ha effettivamente realizzato negli ultimi anni. I dati suggeriscono una lettura più articolata. La Calabria possiede alcune destinazioni competitive, una capacità ricettiva importante, un solido mercato meridionale e specifici collegamenti con l’Europa centrale. Il modello esistente ha prodotto risultati reali. Ma la sua eccessiva concentrazione territoriale, la debole penetrazione dei grandi mercati, la limitata internazionalizzazione, la stagionalità e la bassa spesa media ne riducono l’impatto complessivo.

È proprio questa la questione centrale. Non stabilire se il turismo in Calabria esista. Esiste, ed è anche molto intenso in alcuni territori. La domanda da porsi è quanto valore riesca a generare e distribuire. Il passaggio decisivo consiste nel trasformare un insieme di località balneari, villaggi e flussi di ritorno in un sistema più diversificato e connesso, capace di coinvolgere una parte più ampia della regione e di attrarre nuovi segmenti di domanda. Solo allora l’aumento delle presenze potrà accompagnarsi a una crescita proporzionata della spesa, del reddito e dell’occupazione.

Il turismo calabrese, in altri termini, non parte da zero. Ma proprio perché esiste già, la sfida non può più essere soltanto quella di portare visitatori. Deve diventare quella di accrescere il valore economico, territoriale e sociale generato dalla loro presenza.


Questo saggio breve è stato pubblicato su Il Quotidano del Sud con il titolo “Paradosso turismo in Calabria. Cresce, ma porta poca ricchezza” (Edizione del 30 luglio 20206)


 

Francesco Aiello

Francesco Aiello

Francesco Aiello è Professore Ordinario di Politica Economica e Direttore del Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza "Giovanni Anania" dell’Università della Calabria. È membro del Senato Accademico dell’Università della Calabria e componente della Commissione per la Ricerca, Università e Valutazione (CURV) della Società Italiana di Economia. È stato componente della Commissione Nazionale per l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), Settore Concorsuale 13/A2 – Politica Economica, nel triennio 2021-2023. Attualmente insegna "Politica Economica" al corso di Laurea in Economia ed "Economia Internazionale" al corso di Laurea Magistrale in Economia e Commercio. La sua attività di ricerca è centrata sui temi della Ricerca e dell’Innovazione, Twin Transition, dei divari di sviluppo in Italia e in Europa, sull’analisi micro-econometrica dell’efficienza e della produttività e sulla valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche. È responsabile scientifico di progetti di ricerca nazionali ed europei. È autore di numerosi saggi scientifici pubblicati su riviste nazionali e internazionali. Accanto all’attività prettamente accademica, si interessa di economia locale e di attività di divulgazione economica. Nell’estate del 2015 ha fondato OpenCalabria.com, uno spazio dedicato ai temi di economia e politica dello sviluppo del Mezzogiorno e della Calabria.

Michele Mercuri

Michele Mercuri

Michele Mercuri è laureato in Economia e svolge attività di dottore commercialista, revisore contabile e di docente. Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Scienze ed Ingegneria dell'Ambiente, delle Costruzioni e dell’Energia presso l'Università della Calabria. Dal 2015 insegna Matematica Applicata negli istituti tecnici superiori. Nel 2023-24 ha lavorato in FinCalabra come Revisore Contabile. Attualmente collabora come Revisione Contabile con il Ministero dell'Università e della Ricerca. Ricerca.

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