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Programmi Complementari o programmi condizionali? Il vero problema dei POC 2014–2020

Come nascono le risorse, perché non diventano spesa e cosa dice davvero la performance dei POC

by Walter Tortorella
23/12/2025
in Finanza, Istituzioni, Mezzogiorno
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Programmi Complementari o programmi condizionali? Il vero problema dei POC 2014–2020

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Al 31 agosto 2025, i Programmi Complementari di Azione e Coesione (POC) 2014-2020 valgono “programmaticamente” oltre 20,6 miliardi, ma registrano pagamenti pari a 4,25 miliardi (20,6%). Qualcuno potrebbe obiettare: ma stiamo ancora parlando del ciclo 2014-2020 che ormai abbiamo spezzato le reni al Covid e la cucina italiana è diventata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO?

Purtroppo, sì; nessuno ci obbliga, ma è un po’ come i peperoni: difficili da digerire. Il punto non è solo perché i POC non “tirano”, ma come le risorse arrivano lì perché in questo “Peppe tour” c’è una maestria ragionieristica di indubbio valore. I POC, sostanzialmente, diventano tali tramite definanziamenti (riduzione del cofinanziamento nazionale nei POR/PON) e tramite l’opzione del tasso UE al 100% che libera quote nazionali da riassegnare ai POC. Il problema metodologico è che queste risorse, pur essendo “vere” sul piano contabile-istituzionale, non sono automaticamente “cassa”: sono risorse che “potranno essere attivate” dalle amministrazioni, secondo regole specifiche (CIPESS 41/2021). In altre parole: non sono soldi del Monopoli… ma a volte si muovono con la stessa velocità; anche se in merito alla velocità il quadro che emerge dalla Tabella 1 è quantomeno sconfortante.

E in effetti, i POC 2014-2020 sono formalmente adottati con Delibera CIPE, in raccordo con il coordinamento dei Fondi SIE e d’intesa con il MEF. Nascono come complemento nazionale ai Programmi cofinanziati, e nel tempo aumentano di valore anche per effetto di interventi regolatori e normativi (in particolare l’art. 242 del DL 34/2020). Ossia, il POC è spesso trattato come il “cassetto dove mettiamo le cose importanti finché non diventano urgenti”. Peccato che, quando diventano urgenti, siamo già a fine ciclo; e stiamo ancora parlando del 2014-2020!

Come anticipato, i POC 2014-2020 sono finanziati con risorse del Fondo di Rotazione (L. 183/1987) rese disponibili perché POR e PON (ai sensi del Reg. UE 1303/2013) sono stati adottati con tassi di cofinanziamento nazionale inferiori a soglie specifiche (50% per i POR e 45% per i PON). Questa è la prima “fabbrica” dei POC: riduci la quota nazionale nei programmi SIE → liberi risorse nazionali → le metti nel Fondo di Rotazione → le reimpieghi (anche) nei POC.
Poi arriva la seconda fabbrica, ancora più elegante (e più ambigua lato percezione pubblica): Art. 242 DL 34/2020: le Autorità di Gestione possono chiedere il tasso di cofinanziamento UE al 100% per spese del periodo contabile 2020-2021; “in pratica” le risorse nazionali in diminuzione di cofinanziamento vengono riassegnate alle stesse amministrazioni per l’attuazione di POC vigenti o nuovi. Il valore complessivo dei POC (vedi sempre Tabella 1) include le risorse trasferite ai sensi dell’art. 242. Traduzione: il POC non nasce solo da una scelta programmatoria, ma anche da un rimbalzo finanziario: cambi il mix UE/nazionale nei Fondi SIE, e la quota nazionale liberata cambia di casa e perde quell’Acquis Comunitario che su regole e controlli nella coesione risulta pesante come quell’insalata di rinforzo in cui, al terzo giorno, ci trovi dentro anche il capitone. La domanda a questo punto sorge spontanea: “queste risorse esistono davvero o sono soldi del Monopoli?” Ricordiamo che “tali risorse potranno essere attivate” dalle amministrazioni titolari secondo la CIPESS 41/2021. Questo non nega l’esistenza, ma segnala che non sono automaticamente pronte all’uso. In pratica, abbiamo tre livelli: esistenza programmatica (oltre 20,6 miliardi) (trasferimenti ex art. 242); esistenza regolatoria (DL 34/2020, Reg. UE 2020/58 e richiamo a CIPESS 41/2021); esistenza di cassa (cashability; tra “risorse liberate” e “risorse spendibili” esiste un tratto di strada amministrativo). Quindi: non sono finti, ma possono essere condizionali nella pratica. Ed è esattamente questa “condizionalità amministrativa” che alimenta la sensazione da Monopoli: non perché il denaro non esista, ma perché si materializza solo quando qualcuno fa i passaggi giusti, nel tempo giusto, con la capacità giusta senza la pressione dell’euroburocrazia che chiude un occhio e mezzo (vedi il caso Veneto, Trento e Campania) .
La Commissione, infatti, resta il custode delle regole della chiusura SIE 2014-2020 (Reg. UE 1303/2013) e pubblica orientamenti per la chiusura (es. Comunicazione C/2024/6126). Ma c’è un dettaglio decisivo per capire perché la pressione “disciplinare” può essere diversa: l’applicazione del tasso di cofinanziamento al 100% non necessita più di tanto della decisione della Commissione europea di approvazione della modifica di un Programma. Diciamocelo chiaro: la CE definisce cornici, scadenze, orientamenti di chiusura, ma il passaggio che libera la quota nazionale (e quindi alimenta i POC) non passa dal classico “timbro” di modifica Programma. Questo conta molto nella psicologia istituzionale: se la leva è nazionale e l’atto UE non è un passaggio obbligato, il rischio è che l’urgenza percepita cali (specialmente dove la macchina amministrativa è già sotto stress) e che nessuno verrà a contarti i soldi in cassa.
La fotografia che ne emerge dalla Tabella 1, ormai a distanza di un solo anno dalla fine (dicembre 2026), è impietosa: pagamenti mediamente bassi, dispersione alta. Rarissimi Programmi oltre il 94% (Veneto) e Programmi con pagamenti zero o quasi (Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia a zero; Puglia e Toscana sotto l’1%); una buona performance per Trento (95,7% impegni; 80,3% pagamenti) e Campania (89,8% impegni; 71,5% pagamenti), ma in generale il quadro fa emergere più ombre che luci sullo strumento.

È evidente che, se una quota POC deriva da risorse nazionali liberate e in più potrà essere attivata con procedure dedicate, allora la performance dipende in modo sproporzionato da capacità amministrativa e disciplina di spesa. Del resto, il quadro di chiusura e i principi SIE restano sullo sfondo (regole del Reg. 1303/2013 e orientamenti CE). L’operazione che genera una parte rilevante del valore dei POC (trasferimenti ex art. 242) è collegata a un meccanismo che non richiede decisione CE di modifica del Programma. E soprattutto: quelle risorse non sono un bonifico automatico, ma qualcosa che “potrà essere attivato” secondo CIPESS. Quindi formalmente l’ecosistema è vicino ai SIE. Ma operativamente si crea una zona grigia: meno “pressione” UE diretta sul passaggio di generazione delle risorse, più dipendenza da capacità nazionale di attivazione. Ed è lì che i POC rischiano di diventare “Programmi complementari” anche nel senso sociologico: complementari alla volontà di farli funzionare.

I POC non sono un salvadanaio e una parte di quelle risorse non è “autoeseguibile”. Se al 31 dicembre 2026 non si è speso tutto sul POC, la risposta “economicamente corretta ma emotivamente scomoda” è: non sono soldi UE “persi” per disimpegno automatico; sono soprattutto soldi nazionali che restano non utilizzati (e quindi, nel breve, “risparmiati”) — ma con due caveat non secondari. I POC per come sono impostati, stanno fuori dal perimetro del “disimpegno UE” tipico dei Fondi SIE, perché non sono un pezzo di dotazione UE. Quindi, se non spendi risorse POC entro la scadenza, non è che Bruxelles ti “taglia” il POC. Allora cosa succede davvero al 31/12/2026? Il punto chiave (quello da “Monopoli”) è questo: una parte delle risorse POC è attivabile solo se i soldi sono davvero affluiti. La delibera CIPESS 41/2021 stabilisce che le amministrazioni possono attivare le risorse nei limiti in cui queste siano affluite al Programma a seguito delle rendicontazioni alla Commissione europea (spese emergenziali anticipate dallo Stato) e/o per l’effetto del cofinanziamento UE al 100%. Quindi se non si spende entro il 31/12/2026, non si “perdono Fondi UE”, perché non è una dotazione europea. Più realisticamente, si perde la possibilità di usarli su quel perimetro temporale/programmatico, e quelle somme restano/ritornano nel circuito nazionale (Fondo di rotazione/riprogrammazioni/“economie”), secondo decisioni nazionali. E non è poco per un Paese costantemente alla ricerca di liquidità vera!

Ovvero se c’è decadenza dal beneficio, le somme erogate vanno recuperate e restituite al Fondo di rotazione, anche via compensazione. Sono soldi nazionali risparmiati? Nel breve: sì, “risparmiati” perché non spesi (risparmiare investimenti non è proprio un indicatore di successo). Nel medio: possono essere riprogrammati/riassorbiti nel circuito nazionale, e non hai garanzia che restino disponibili per te e per quelle priorità dopo scadenza. Ma il POC può essere la stampella per non perdere davvero soldi UE. Anche se il POC non è europeo, può servire a evitare perdite UE. Per i progetti “non funzionanti” (non phasable), la spesa fino al 31/12/2023 può restare eleggibile ma il completamento deve essere fatto con risorse nazionali e l’intervento va completato entro il 15 febbraio 2027 per non perdere l’eleggibilità della spesa già rendicontata sul 2014-2020. Quindi, scenario realistico e poco poetico: POC non speso uguale soldi nazionali che “restano lì”; ma se quel POC era (o poteva essere) la fonte nazionale per chiudere un progetto “non funzionante”, allora il rischio vero è che diventi la parte UE a essere “persa” (perché si perde l’eleggibilità della spesa già rendicontata) — non perché il POC fosse UE, ma perché non si è completata l’opera. Si potrebbe dire che il POC non scade: evapora. E nel frattempo può far evaporare anche i rimborsi UE già contabilizzati, se lo si usava per chiudere ciò che doveva funzionare.

Walter Tortorella

Walter Tortorella

Economista, è Capo Dipartimento Economia locale e Direttore della Scuola IFEL. Esperto di politiche pubbliche e sviluppo economico, è stato Direttore del Centro documentazione e studi dei Comuni italiani ANCI-IFEL e Direttore Ufficio Studi della Fondazione Cittalia ANCI Ricerche. È autore di numerosi articoli in materia di public management e politiche di sviluppo. Tra le sue pubblicazioni: Partenariato pubblico-privato e Project Finance, Maggioli, 2025; Servire al futuro. La formazione nella pubblica amministrazione ai tempi dell'AI, Carocci, 2024; L’altra faccia della luna, Rubbettino, 2022; Finanziare la crescita, Rubbettino, 2016.

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