C’è una politica che ama scambiare i sintomi per le cause. È quella che guarda la fuga dei giovani dalla Calabria, ne coglie l’evidenza più vistosa e pensa di poterla rallentare con un incentivo monetario. Nasce così il cosiddetto “reddito di merito”: fino a 1.000 euro al mese per studenti universitari residenti in Calabria che scelgono gli atenei calabresi e mantengono standard molto alti di rendimento. La Regione lo presenta come una misura concreta contro l’emigrazione giovanile. In effetti, i fondi stanziati sono consistenti: 15 milioni di euro. Anche il meccanismo è chiaro: 500 euro con una media pari ad almeno 27, 750 con una media pari ad almeno 28 e 1.000 con una media pari ad almeno 29. Per i neodiplomati, l’accesso richiede una soglia di 95/100 e un test che li collochi nel top 10% della graduatoria. Ma il punto è proprio questo: qui non siamo davanti a una politica strutturale per il diritto a restare; siamo davanti a un premio selettivo costruito sull’idea che basti sollecitare il comportamento individuale corretto per riequilibrare uno squilibrio territoriale profondo.
La prima obiezione è sociologica, prima ancora che politica. Questa misura assume che il merito coincida con la regolarità del percorso, con la linearità degli esami, con la capacità di stare perfettamente “nei tempi”. Ma sappiamo bene che non è così. Ci sono studenti che rallentano non per scarso impegno, ma perché vivono in famiglie fragili, lavorano, sostengono carichi di cura oppure affrontano problemi psicologici, economici o logistici. E allora la domanda è inevitabile: siamo sicuri che il ritardo negli studi sia sempre e solo una colpa individuale da correggere con un premio ai più performanti? O non c’è, invece, il rischio di costruire una misura che finisce per favorire soprattutto chi dispone già di maggiori risorse culturali, organizzative, relazionali e familiari? Del resto, la stessa delibera regionale chiarisce che la situazione reddituale non costituisce requisito di accesso al beneficio. È una scelta legittima, certo. Ma proprio per questo ne rivela la natura reale: non un contrasto delle disuguaglianze, bensì un incentivo alla performance.
Eppure il nodo calabrese non è soltanto convincere un diciannovenne a iscriversi a un ateneo della regione. La questione decisiva è dargli una ragione seria per immaginare lì il proprio domani. Perché si può anche trattenere uno studente per tre o cinque anni, ma poi arriva il passaggio decisivo: il lavoro. Ed è lì che il discorso cambia. I dati di Banca d’Italia ci dicono che in Calabria la partecipazione giovanile al mercato del lavoro resta strutturalmente bassa: nel 2024 il tasso di attività dei 15-34enni era del 37,7%, contro il 50,9% nazionale; il tasso di occupazione giovanile era del 28,7%; i NEET si attestavano al 30,1%, quasi tredici punti sopra la media italiana. Nello stesso rapporto si legge che, dal 2007 al 2024, la popolazione calabrese tra i 15 e i 34 anni si è contratta del 27,3%. È qui la ferita: non in una generica “mancanza di attaccamento”, ma in una struttura che offre ancora troppo poco in termini di accesso, continuità e qualità delle opportunità.
La Calabria, insomma, non perde giovani perché i giovani non la amino abbastanza. Li perde perché troppo spesso non riesce a trasformare il talento in possibilità concreta. Anche sul piano dell’innovazione i segnali restano deboli: tra il 2012 e il 2024 le start-up innovative iscritte in Calabria sono state circa 530, pari a 3,2 ogni 10.000 abitanti di età superiore ai 15 anni, sotto la media del Mezzogiorno e molto al di sotto di quella nazionale. Non è un dettaglio tecnico. È la fotografia di un ecosistema produttivo ancora troppo esile per assorbire in modo stabile e qualificato capitale umano giovanile. Se dopo la laurea il mercato del lavoro resta stretto, intermittente e poco dinamico, il bonus rischia di produrre un solo effetto: rinviare di qualche anno la partenza, non impedirla.
C’è poi una questione che la propaganda ama sempre sfiorare senza davvero affrontarla: il nodo materiale dello studio. Per tanti ragazzi calabresi il problema non è soltanto scegliere se restare o partire, ma capire come muoversi ogni giorno dentro una regione che continua a presentare forti criticità nei collegamenti. In molti casi frequentare un’università significa affrontare viaggi lunghi, trasporti complicati, costi quotidiani rilevanti; oppure dover prendere casa in affitto, con prezzi non sempre sostenibili. Qui emerge tutta la debolezza simbolica del “reddito di merito”: la Regione sceglie di intervenire con una dote selettiva, mentre il terreno vero su cui si decide l’accessibilità degli studi è quello del diritto allo studio, dei servizi abitativi, dei contributi per il trasporto, della mensa, della mobilità locale e interurbana. Non a caso gli strumenti ordinari universitari parlano già questa lingua: l’Università Mediterranea di Reggio Calabria prevede posti alloggio, contributi per l’alloggio, contributi per il trasporto e servizio mensa; lo stesso contributo per l’alloggio è calibrato in base alla fascia di reddito. Qui si vede la differenza tra una misura universalistica che prova a rimuovere gli ostacoli e una misura selettiva che favorisce soprattutto chi quegli ostacoli è già in grado di superare.
Il punto, allora, non è liquidare la proposta come pura furbizia comunicativa. Sarebbe troppo semplice. Il problema è più serio: siamo davanti a una politica che rischia di rispondere a un riflesso, non a una strategia. Una politica che sembra dire ai giovani: “resta e ti premio”, invece di chiedersi che cosa renda davvero desiderabile, praticabile e dignitoso il restare. È qui che la metafora del cane di Pavlov, provocatoria ma efficace, tocca un nervo scoperto: quando si sostituisce la costruzione delle condizioni alla somministrazione dell’incentivo, la politica smette di governare le cause e comincia a inseguire i comportamenti.
Eppure le indicazioni per una strada più credibile esistono già. La stessa SVIMEZ osserva che la fuga dal Mezzogiorno non inizia più solo dopo la laurea, ma spesso già al momento dell’iscrizione universitaria, e collega questa mobilità anticipata alla ricerca di mercati del lavoro più promettenti. Nel report presentato con Save the Children, SVIMEZ propone un Graduate Staying Premium: una detassazione parziale del reddito da lavoro per i giovani laureati neoassunti nei territori intrappolati nella fuga dei talenti. È un’impostazione molto diversa da quella del bonus agli studenti: non premia semplicemente la permanenza durante gli studi, ma prova a rendere competitivo il dopo, cioè la soglia decisiva in cui si forma o si spezza il legame con il territorio.
È da qui che bisognerebbe ripartire. Primo: distinguere il diritto allo studio dal premio al merito, senza confondere giustizia sociale ed eccellenza. Secondo: intervenire sul primo inserimento lavorativo qualificato, non soltanto sull’immatricolazione. Terzo: costruire una rete regionale vera tra università, imprese, pubblica amministrazione, innovazione e ricerca applicata. Quarto: affrontare finalmente il tema dei trasporti e dell’abitare studentesco non come questioni laterali, ma come infrastrutture decisive della cittadinanza giovanile.
Perché il punto è molto semplice, anche se la politica fa finta di non vederlo: i giovani non restano dove vengono blanditi. Restano dove intravedono una traiettoria. Restano dove il merito non viene idolatrato, ma accompagnato. Restano dove lo studio non è un corridoio cieco, ma l’anticamera di un lavoro possibile. Restano dove il territorio smette di chiedere fedeltà e comincia finalmente a offrire futuro.
E oggi, in Calabria, la questione non è se mille euro possano trattenere qualcuno per qualche semestre. La domanda decisiva è un’altra: che cosa, oltre quei mille euro, dovrebbe convincerlo a restare per la vita.













