L’analisi dei bilanci di oltre 5.200 imprese agroalimentari italiane mostra un dinamismo produttivo particolarmente sostenuto in Calabria, soprattutto rispetto al Centro-Nord. Ma l’espansione della scala produttiva apre una questione decisiva: disporre delle capacità organizzative e delle competenze necessarie per consolidare i risultati.
Le imprese crescono. E non sono poche.
L’agroindustria calabrese sta attraversando una fase di espansione produttiva che merita attenzione. Non soltanto per l’intensità della crescita, ma soprattutto perché il fenomeno interessa una quota elevata delle imprese osservate. È un risultato importante per un territorio nel quale il rafforzamento delle attività di trasformazione agroalimentare può contribuire a valorizzare le produzioni agricole, consolidare le filiere e creare nuove opportunità di sviluppo.
A documentarlo è l’analisi dei bilanci AIDA di 5.284 imprese agroalimentari italiane, di cui 124 localizzate in Calabria, selezionate tra quelle che nel 2024 avevano raggiunto almeno un milione di euro di produzione. Il confronto tra la produzione reale media del biennio iniziale 2016–2017 e quella del biennio finale 2023–2024 restituisce un risultato netto: la produzione aggregata delle imprese calabresi esaminate è aumentata del 54,1%, contro il 38,5% del resto del Mezzogiorno e il 15,2% del Centro-Nord (Figura 1).[1]
Ma il dato aggregato, da solo, non racconta tutta la storia. Un aumento della produzione complessiva potrebbe infatti dipendere dal successo di poche aziende di grandi dimensioni, senza riflettere un miglioramento generalizzato delle performance. Per questo è utile guardare anche alle singole imprese. In Calabria, il 78,2% di quelle analizzate ha aumentato la propria produzione reale, rispetto al 70,6% nel resto del Mezzogiorno e al 65,8% nel Centro-Nord. Anche la crescita mediana risulta più elevata: 35,9% in Calabria, contro il 25,4% delle altre regioni meridionali e il 14,6% del Centro-Nord. La mediana mostra, quindi, che il maggiore dinamismo calabrese non emerge soltanto dal risultato aggregato, ma riguarda anche l’impresa che occupa la posizione centrale nella distribuzione dei tassi di crescita. Un’indicazione altrettanto interessante proviene dal primo quartile (P25), ossia dal valore al di sotto del quale si colloca il 25% delle imprese con i risultati meno favorevoli. In Calabria questa soglia è ancora positiva (+5,5%), mentre nel resto del Mezzogiorno (−5,7%) e nel Centro-Nord (−8,7%) è negativa. Ciò significa che la crescita interessa almeno tre quarti delle imprese calabresi osservate.
La Calabria si distingue, dunque, non soltanto per l’aumento della produzione complessiva, ma anche per la maggiore diffusione della crescita tra le imprese esaminate.
Ma come si è sviluppata questa crescita nel tempo? Il confronto tra i due bienni iniziale e finale documenta l’entità dell’espansione produttiva, ma non consente di ricostruirne il percorso. Per approfondire questo aspetto, la Figura 2 rappresenta l’evoluzione annuale della produzione reale aggregata nei tre territori. Per ciascun anno e area geografica è stata sommata la produzione delle imprese con dati disponibili, ponendo pari a 100 il valore complessivo del 2016. A differenza dell’analisi precedente, il numero delle imprese osservate può quindi variare da un anno all’altro. Il risultato è particolarmente interessante. La produzione delle imprese calabresi mostra una dinamica già più pronunciata nei primi anni del periodo, ben prima della pandemia. Il vantaggio rispetto agli altri territori non aumenta in modo uniforme, ma diventa particolarmente marcato nella parte finale della serie, soprattutto tra il 2023 e il 2024. Posto uguale a 100 il livello iniziale, nel 2024 l’indice raggiunge 179,4 in Calabria, contro 147,3 nel resto del Mezzogiorno e 118,4 nel Centro-Nord. Il maggiore dinamismo calabrese non emerge, dunque, soltanto dal confronto tra i bienni estremi: è riconoscibile anche nell’evoluzione annuale della produzione, pur con intensità differenti nel corso del periodo.
Le imprese già strutturate
La maggiore crescita delle imprese calabresi emerge dunque sia dal confronto tra i periodi iniziale e finale sia dall’evoluzione annuale della produzione. Ma quanto dipende dalle aziende che partivano da dimensioni più contenute? Per rispondere, è utile concentrare l’attenzione sulle imprese che avevano già raggiunto una dimensione produttiva significativa all’inizio del periodo.
Il confronto riguarda 4.580 imprese agroalimentari italiane, di cui 93 calabresi, con una produzione reale iniziale di almeno un milione di euro. Anche in questo gruppo, la Calabria registra una crescita aggregata sostenuta: +38,7%, contro il 36,6% del resto del Mezzogiorno e il 14,6% del Centro-Nord (Figura 3). La crescita non è limitata a poche aziende. Il 72% delle imprese calabresi già strutturate ha aumentato la propria produzione reale, rispetto al 64,4% nel resto del Mezzogiorno e al 62,2% nel Centro-Nord. Anche la mediana conferma risultati relativamente più favorevoli: in Calabria raggiunge il 20,1%, contro il 15,4% delle altre regioni meridionali e l’11,4% del Centro-Nord. Il quadro diventa più articolato osservando il primo quartile. Il P25 calabrese è negativo (−2,7%), a differenza di quanto osservato nel campione complessivo, ma rimane superiore a quello del resto del Mezzogiorno (−11,4%) e del Centro-Nord (−11,5%). Tra le imprese già strutturate, quindi, la crescita positiva è meno diffusa rispetto al campione complessivo, ma la distribuzione dei risultati continua a essere relativamente più favorevole in Calabria.
Per completare il quadro, è utile osservare anche quando si è sviluppata questa crescita. La Figura 4 rappresenta l’evoluzione annuale della produzione reale delle imprese già strutturate. Il maggiore dinamismo calabrese non è stato uniforme: dopo una fase iniziale più favorevole, le imprese del resto del Mezzogiorno registrano risultati migliori nel 2021–2022. La Calabria torna avanti nel 2023 e accelera sensibilmente nel 2024, raggiungendo un indice di circa 161, contro 145 nel resto del Mezzogiorno e 118 nel Centro-Nord. Il vantaggio calabrese rispetto alle altre regioni meridionali emerge quindi soprattutto nella parte finale del periodo, mentre quello rispetto al Centro-Nord appare più persistente. Nel complesso, emergono due indicazioni. La prima è che il dinamismo calabrese non riguarda soltanto le imprese partite da dimensioni più contenute: interessa anche aziende già strutturate. La seconda è che il vantaggio rispetto al Centro-Nord rimane marcato, mentre quello nei confronti delle altre regioni meridionali si attenua sensibilmente. La crescita delle imprese calabresi si inserisce, dunque, in un processo di espansione più ampio dell’agroindustria meridionale.
Questi risultati, tuttavia, aprono una questione che va oltre la dinamica produttiva: come cambia l’organizzazione aziendale quando aumenta la scala delle attività?
Crescere significa anche diventare più complessi
Che cosa implicano questi risultati per le prospettive dell’agroindustria calabrese? La questione non riguarda soltanto la possibilità di mantenere elevati ritmi di espansione. Riguarda la capacità delle imprese di adeguare la propria organizzazione alla scala produttiva raggiunta. Un’impresa che amplia le proprie attività deve spesso coordinare più processi, gestire un numero crescente di relazioni commerciali, programmare investimenti e assumere decisioni sulla base di informazioni sempre più articolate. Funzioni inizialmente concentrate nell’imprenditore o in pochi collaboratori possono richiedere una maggiore distribuzione delle responsabilità, nuovi livelli decisionali e competenze specialistiche. L’aumento della scala produttiva pone così un problema di organizzazione: ciò che funzionava quando l’azienda era più piccola potrebbe non essere più sufficiente per governarne l’espansione. Nell’agroindustria questa trasformazione assume caratteristiche specifiche. L’ampliamento delle filiere di approvvigionamento, l’accesso a nuovi mercati e le crescenti esigenze di qualità, tracciabilità e sostenibilità rendono necessario integrare funzioni differenti: dalla gestione della supply chain alla logistica, dal controllo economico-finanziario all’innovazione tecnologica e all’internazionalizzazione. Non basta disporre di competenze specializzate: occorre farle operare all’interno di un’organizzazione capace di coordinare attività, persone e risorse. È qui che la crescita quantitativa incontra la qualità della gestione aziendale. La letteratura economica mostra che organizzazione e capitale umano qualificato possono contribuire in maniera decisiva alla capacità delle imprese di sfruttare nuove opportunità produttive. L’aumento della dimensione aziendale rende economicamente più conveniente investire nella specializzazione delle funzioni; la presenza di manager, tecnici e professionisti qualificati può, a sua volta, migliorare il coordinamento e sostenere ulteriori processi di espansione. Crescita produttiva e capacità organizzativa possono dunque rafforzarsi reciprocamente. Ma questa complementarità non è automatica. Se l’organizzazione non evolve insieme alle attività, la maggiore complessità può trasformarsi in un vincolo, anziché in un’opportunità. La sfida delle imprese non è semplicemente crescere, ma costruire le condizioni per continuare a farlo.
Dalle esigenze delle imprese a una sfida per il territorio
Questa trasformazione non riguarda soltanto le singole aziende. Quando più imprese attraversano processi di espansione, può aumentare anche la domanda di professionalità manageriali, tecniche e organizzative. Il problema assume allora una dimensione territoriale: la possibilità di consolidare la crescita dipende anche dalla capacità del sistema locale di rendere disponibili le competenze necessarie. Il mercato del lavoro potrebbe non riuscire a rispondere tempestivamente a fabbisogni nuovi e altamente specialistici. Inoltre, gli investimenti nella formazione possono generare benefici che si estendono oltre le imprese che li sostengono, attraverso la mobilità dei lavoratori e la diffusione delle conoscenze. Si apre così uno spazio importante per la collaborazione tra università, istituzioni e sistema produttivo.
La formazione avanzata può contribuire a colmare la distanza tra le competenze disponibili e quelle richieste da imprese che innovano, si internazionalizzano e ampliano la propria scala operativa. Non si tratta soltanto di preparare nuove figure professionali, ma di rafforzare una delle condizioni che possono rendere duraturi i processi di sviluppo aziendale. È in questa prospettiva che assume rilievo il Master di II livello in Innovazione e Sostenibilità nel Settore Agroindustriale dell’Università della Calabria, realizzato con il coinvolgimento delle istituzioni regionali e delle imprese partner. La partecipazione del sistema produttivo alla formazione delle nuove professionalità rappresenta una risposta concreta all’esigenza di accompagnare l’evoluzione organizzativa delle aziende.
La crescita dell’agroindustria calabrese è un’opportunità. La capacità di trasformarla in sviluppo duraturo dipenderà anche da quanto le imprese e il territorio sapranno investire nelle competenze necessarie per governarla.
[1] Poiché l’analisi riguarda imprese del campione AIDA che nel 2024 avevano raggiunto almeno un milione di euro di produzione, i risultati non possono essere generalizzati all’intero settore agroalimentare regionale. Inoltre, una verifica di sensibilità della crescita aggregata ha riguardato l’esclusione delle 87 imprese con tassi individuali di crescita superiori al 1.000%: 3 in Calabria, 33 nel resto del Mezzogiorno e 51 nel Centro-Nord. Escludendo queste osservazioni, la crescita aggregata delle imprese calabresi si attesta al 41,7%, contro il 37,1% del resto del Mezzogiorno e il 13,7% del Centro-Nord. Il vantaggio calabrese rimane quindi marcato rispetto al Centro-Nord, mentre risulta più contenuto rispetto alle altre regioni meridionali.
Francesco Aiello
DESF, Università della Calabria
OpenCalabria
Global Labour Organization
