La programmazione d’area nasce dall’esigenza di dare una risposta concreta ai territori, specialmente quando si registra una notevole carenza di programmazione generale partecipata, da parte dei livelli istituzionali pertinenti, e l’assenza di programmi quadro settoriali in grado di presentare il contesto di riferimento per la crescita strutturale degli Enti Locali Territoriali più “vicini” alle esigenze delle popolazioni interessate. In molte Collettività Locali dell’Unione Europea si è creata e consolidata negli ultimi 30 anni, quella che viene definita “la cultura della crescita dal basso”. La tesi è che il percorso più coerente per uno sviluppo sostenibile e diffuso sul territorio è quello che proviene da un ampio processo di coinvolgimento di tutti i soggetti che operano attivamente sul territorio, con particolare riferimento ai rappresentanti politici eletti direttamente dalle collettività interessate, e che ricevono le “legittimità democratica” necessaria per rappresentare i cittadini.

I vantaggi della crescita dal basso Il vantaggio di questa “strategia-processo” è facilmente individuabile sia grazie alla reale conoscenza dei territori che hanno i responsabili politici degli enti locali, sia grazie anche alla loro “forza politica” che, insieme, possono utilizzare per imporre determinate strategie nella politica di governo degli Enti istituzionali di livello superiore (nazionale e regionale) e per valorizzare le potenzialità esistenti in una determinata area. Solo in questo modo sarà possibile, infatti, adattare le politiche settoriali alle specificità e alle peculiarità di ciascun territorio sul quale si intende intervenire attraverso lo sviluppo di filiere sociali ed economiche fondate sulla fiducia, sulla mutualità e sulla reciprocità.

Fare rete in Calabria Nello specifico, ferme restando le gravi criticità strutturali che rendono la Calabria una regione particolarmente debole nella sua capacità di crescita e di rafforzamento della propria competitività, essa non è un deserto indistinto, in quanto esistono delle oasi produttive e delle potenzialità naturali ed infrastrutturali che, se messe a rete, potrebbero creare le condizioni di base per uno sviluppo auto-propulsivo dell’intero territorio regionale. Ciò che manca, quasi del tutto, in Calabria è la cultura di “rete” e, quindi, la difficoltà di sviluppare l’interconnessione tra i “punti di crescita”, in assenza dei quali il processo di sviluppo si presenta come un evento casuale ed eccezionale, privo di effetti moltiplicatori e di diffusione nel territorio. Se si vuole, quindi, avviare un processo di crescita virtuosa occorre avere piena consapevolezza dei contesti in cui si dovrà operare, in quanto se si conoscono i punti di crisi e le potenzialità di un’area, è molto più facile definire meglio le strategie di adattamento legate al suo sviluppo strutturale e sostenibile. In questo contesto, il coinvolgimento degli attori locali, in una logica integrata, diventa condizione fondamentale se si vogliono raggiungere gli obiettivi prefissati. Naturalmente, le strategie di sviluppo non possono essere identiche per tutte le aree, perché essere devono essere modulate in relazione ai punti di forza ed alle carenze delle singole zone e devono essere elaborate in funzione di specifici obiettivi settoriali e filiere produttive. La programmazione d’area presuppone, quindi, un alto livello di conoscenza dei territori in cui si intende intervenire e le relative politiche d’intervento.

Il ruolo dei sindaci In Italia, nelle condizioni attuali e nel contesto della sua articolazione sub-statuale, i quattro principi di prossimità, coesione territoriale, sussidiarietà e governance, potranno avere concreta operatività grazie all’operato dei Sindaci che sono gli attori più rappresentativi e – nel quadro delle politiche locali  – di maggiore prossimità. Bisogna partire da un principio generale: la competitività richiede profonde trasformazioni nell’ambito dei settori ritenuti prioritari per lo sviluppo locale, oltre naturalmente ad un tessuto produttivo solido, stabile e durevole. Il problema centrale è quello di trovare le ragioni dell’unità nella diversità. Questo significa che è necessario un nuovo metodo di governo del territorio e, quindi, una nuova e più democratica forma di partenariato tra i differenti livelli istituzionali, sia a livello orizzontale che verticale, in grado di individuare, insieme le regole, le procedure e le pratiche che servono per meglio definire le prospettive di crescita più consone allo sviluppo locale. Tutto ciò implica l’adozione di una “procedura aperta di coordinamento” che consenta il controllo democratico dell’attività istituzionale da parte della società civile e dei suoi cittadini, i quali devono partecipare, a pieno titolo, alla costruzione del proprio futuro.

Sintesi Lo storico deficit democratico calabrese può essere colmato solo se i cittadini si trasformano in attori e protagonisti del proprio sviluppo, attraverso la loro partecipazione diretta alla crescita dell’area in cui vivono e operano, sia come singole persone, sia come rappresentanti istituzionali. Occorre, cioè, attivare e rendere dinamiche le strutture presenti e di maggiore prossimità, stimolando la creazione di una società civile matura, mobile, aperta e capace di valorizzare il capitale sociale come l’elemento centrale delle azioni finalizzate alla promozione dello sviluppo regionale

Vincenzo Falcone

Vincenzo Falcone

Si è laureato in Economia Politica alla Bocconi di Milano nel 1972. E' stato Dirigente alla "Programmazione e Affari Comunitari" della Regione Calabria, nonchè Direttore e Segretario Generale presso il Comitato delle Regioni Dell’Unione Europea- Bruxelles. E' stato docente presso l'Università Magna Grecia di Catanzaro (Politica Economica dell’Unione Europea). E' giornalista (Membro dell’Organizzazione Mondiale della stampa periodica – Bruxelles) ed autore di numerose monografie, tra cui "Le Ferriere di Mongiana" (2007, Rubbettino Editore) e "Calabria la velocità Immobile" (2015, Città del Sole)
Vincenzo Falcone