La Calabria ha certamente bisogno di più investimenti e di nuove imprese manifatturiere e del terziario avanzato. Ma siamo sicuri che questo sia sufficiente per avviare un processo di sviluppo duraturo? La domanda non è retorica. Da decenni, una parte significativa delle politiche per il Mezzogiorno si concentra sulla disponibilità di risorse finanziarie, sulla concessione di incentivi e sull'attrazione di investimenti. Sono strumenti che possono aver prodotto risultati importanti, ma puntiformi. Di fatto, la struttura dell'economia calabrese continua a presentare debolezze profonde. È da questa apparente contraddizione che occorre partire.
Il problema, infatti, non è soltanto quanto si investe, ma quale economia quegli investimenti contribuiscono a costruire. Un nuovo stabilimento può aumentare la produzione e l’occupazione; un’agevolazione può consentire a un’impresa di acquistare macchinari; un’infrastruttura può migliorare l’accessibilità di un territorio. Sono risultati positivi, ma non coincidono necessariamente con una trasformazione del sistema produttivo. Perché questa si realizzi, occorre che gli investimenti attivino altri investimenti, favoriscano la nascita di nuove attività, diffondano competenze e innovazione e rendano le imprese progressivamente più capaci di competere autonomamente sui mercati.
È questa la distinzione fondamentale tra una politica economica che sostiene l’economia esistente e una che intende modificarne le caratteristiche strutturali. In Calabria, le politiche pubbliche hanno privilegiato soprattutto la prima impostazione, mentre la trasformazione della struttura produttiva ha ricevuto un’attenzione molto più limitata. Eppure, è proprio su questo secondo obiettivo che dovrebbe concentrarsi una strategia di sviluppo di medio-lungo periodo.
Una debolezza che tende a riprodursi
Alcuni dati aiutano a comprendere la natura del problema. Nel 2024 la manifattura rappresentava appena il 4,5% del valore aggiunto regionale, contro il 17,2% della media italiana. Nello stesso anno quasi il 65% degli addetti del settore privato non agricolo lavorava in imprese con meno di dieci addetti, a fronte di circa il 40% nazionale. Nel 2025 le esportazioni di merci equivalevano al 2,5% del PIL calabrese, contro il 29,2% italiano. Il terziario produce oltre l’80% del valore aggiunto regionale, con un peso rilevante dei servizi privati tradizionali a bassa produttività e della pubblica amministrazione. Non si tratta di una configurazione recente o legata a una particolare fase congiunturale: la composizione settoriale dell’economia calabrese presenta caratteristiche di sostanziale persistenza da almeno 30 anni.
Questi indicatori, pur riferiti a dimensioni e anni differenti, descrivono un’economia caratterizzata da una base manifatturiera molto contenuta, da una forte frammentazione imprenditoriale, da un’elevata concentrazione delle attività nei settori tradizionali a minore produttività e da una limitata presenza sui mercati esterni. Siamo di fronte a una struttura produttiva prevalentemente orientata alla domanda locale, nella quale le attività capaci di competere stabilmente sui mercati extraregionali e internazionali hanno un peso ancora troppo limitato.
Quando prevalgono imprese di dimensioni molto ridotte, spesso rivolte prevalentemente alla domanda locale, diventa più difficile sostenere i costi dell’innovazione, organizzare attività di ricerca, raggiungere mercati lontani e sviluppare professionalità specializzate. La dimensione aziendale, infatti, incide sulla possibilità di distribuire i costi fissi dell’innovazione e dell’accesso ai mercati su volumi di produzione sufficientemente ampi. Queste difficoltà, a loro volta, possono ostacolare la crescita delle imprese, contribuendo a mantenere nel tempo la frammentazione iniziale.
La debolezza produttiva tende così ad alimentare sé stessa. Una domanda limitata di lavoro qualificato riduce le opportunità professionali e retributive; una parte dei giovani formati cerca altrove occasioni migliori; la perdita di competenze restringe ulteriormente le possibilità di innovazione delle imprese. Si determina così un meccanismo di reciproco rafforzamento tra la debolezza della domanda di competenze e l’impoverimento del capitale umano disponibile, che può contribuire alla persistenza dei divari territoriali. In particolare, la debole domanda di lavoro qualificato da parte delle imprese contribuisce a spiegare perché molti giovani laureati calabresi si trasferiscano in territori nei quali il settore privato offre maggiori opportunità professionali e retributive.
Questa struttura settoriale rende inoltre l’economia regionale fortemente dipendente da risorse pubbliche e decisioni che si formano all’esterno. Il problema non è che la Calabria riceva risorse o investimenti dall’esterno, ma che la sua struttura produttiva abbia una capacità limitata di trasformarli in nuove attività economiche e redditi generati sul territorio. La fragilità nasce quando un territorio dispone di una capacità troppo limitata di generare reddito attraverso attività competitive e di trasformare gli impulsi esterni in nuove opportunità produttive. L’obiettivo deve essere quindi rafforzare la capacità delle imprese calabresi di vendere beni e servizi sui mercati nazionali e internazionali, attrarre investimenti produttivi e utilizzare le risorse provenienti dall’esterno per ampliare e qualificare la base economica regionale.
In questa prospettiva vanno interpretati anche i miglioramenti congiunturali. La crescita del PIL regionale stimata dalla Banca d’Italia per il 2025, pari all’1,1%, è un segnale positivo. Non cancella, tuttavia, il fatto che tra il 2007 e il 2023 il valore aggiunto calabrese si sia ridotto di circa il 10%. Il confronto non serve a contrapporre meccanicamente due dati riferiti a periodi e grandezze differenti, ma a richiamare una distinzione essenziale: una ripresa dell’attività economica, anche quando significativa, non implica necessariamente un cambiamento della struttura produttiva.
Perché gli incentivi non bastano
Se il problema è strutturale, anche il giudizio sulle politiche pubbliche deve cambiare. Troppo spesso il successo di un intervento viene rappresentato attraverso l’ammontare delle risorse stanziate, il numero delle domande finanziate o il volume degli investimenti effettuati. Questi indicatori misurano soprattutto l’attuazione degli interventi; per valutarne l’efficacia occorre invece comprendere quali risultati aggiuntivi abbiano prodotto e se abbiano contribuito a modificare il comportamento delle imprese e le caratteristiche dell’economia regionale.
Consideriamo un’impresa che riceve un incentivo per acquistare un nuovo macchinario. L’investimento può migliorare la sua capacità produttiva, aumentare l’efficienza e, in alcuni casi, favorire nuove assunzioni. Ma per giudicare l’efficacia del sostegno pubblico occorre rispondere almeno a due domande ulteriori. La prima è se quell’investimento sarebbe stato realizzato anche senza l’agevolazione. La seconda è se i suoi benefici rimangano circoscritti all’impresa oppure contribuiscano a rafforzare anche il sistema produttivo nel quale essa opera.
La prima domanda riguarda l’addizionalità degli incentivi: le risorse pubbliche producono un effetto aggiuntivo quando inducono le imprese a realizzare investimenti che, in assenza del sostegno, non avrebbero effettuato oppure avrebbero realizzato in misura minore o in tempi più lunghi. Se, invece, le imprese avessero investito comunque, l’incentivo non avrebbe necessariamente determinato un aumento degli investimenti complessivi. La seconda riguarda gli effetti territoriali e intersettoriali: un’impresa può crescere senza generare nuovi fornitori locali, trasferimento di competenze o ulteriori iniziative imprenditoriali. Questo non significa che gli incentivi siano necessariamente inefficaci, ma che la loro efficacia deve essere valutata rispetto agli obiettivi perseguiti, distinguendo gli effetti sull’impresa beneficiaria da quelli sull’economia nel suo complesso. Occorrono valutazioni rigorose, capaci di distinguere ciò che è effettivamente attribuibile alla politica da ciò che sarebbe accaduto comunque.
L’agroindustria offre un esempio concreto di come una politica industriale possa andare oltre il sostegno al singolo investimento. La crescita dimensionale di diverse imprese del settore può diventare un’occasione per rafforzare i collegamenti tra produzione agricola, trasformazione, qualità, logistica e mercati di destinazione. Perché questo potenziale si traduca in sviluppo diffuso, occorre favorire nuove attività complementari, competenze professionali diversificate e relazioni produttive sia all’interno della filiera sia con altri settori dell’economia regionale.
Il punto, dunque, non è soltanto favorire la crescita delle imprese beneficiarie, ma creare le condizioni perché quella crescita attivi altri investimenti, nuove competenze e rapporti produttivi che prima erano assenti o insufficienti. È su questi collegamenti che una politica industriale dovrebbe concentrare una parte rilevante della propria attenzione.
Da qui discende anche la necessità di superare una contrapposizione spesso sterile tra interventi generali e interventi selettivi. Una politica industriale efficace deve combinare interventi che migliorano le condizioni generali di funzionamento dell’economia con misure rivolte a specifiche attività produttive. I primi devono migliorare le condizioni nelle quali operano tutte le imprese: infrastrutture, istruzione, ricerca, efficienza amministrativa, concorrenza e certezza delle regole. I secondi possono sostenere filiere e aree produttive nelle quali esistano concrete possibilità di sviluppo, soprattutto quando gli investimenti delle singole imprese dipendono da quelli di altre imprese o dalla disponibilità di servizi comuni. La selettività, tuttavia, richiede una capacità istituzionale elevata: scegliere significa assumersi responsabilità, definire risultati attesi e accettare che gli interventi possano essere corretti o interrotti quando non funzionano.
Il caso di Gioia Tauro mostra perché le condizioni abilitanti debbano essere costruite insieme. Il porto svolge una funzione di rilievo nei traffici marittimi internazionali, ma l’efficienza di una grande infrastruttura di trasporto non genera automaticamente sviluppo industriale nel territorio circostante. La vicinanza alle rotte marittime e la disponibilità di servizi logistici possono offrire vantaggi localizzativi alle imprese; da sole, tuttavia, non sono bastate a determinare la formazione di un solido polo industriale nel retroporto. Per trasformare quel potenziale in nuove attività produttive occorrono investimenti complementari, competenze, servizi, iniziativa imprenditoriale e coordinamento delle politiche. È la differenza tra disporre di un’infrastruttura che funziona e costruire attorno a essa un sistema produttivo capace di generare nuova ricchezza.
Capitale umano, ricerca e qualità del lavoro
La distinzione tra interventi generali e selettivi aiuta a chiarire un aspetto essenziale della politica industriale. Sostenere specifiche filiere può favorire la nascita e la crescita di nuove attività, ma il loro sviluppo dipende anche dalla qualità dei fattori produttivi di cui un territorio dispone. Fra questi, il capitale umano occupa una posizione decisiva: le competenze consentono di adottare nuove tecnologie, migliorare l’organizzazione della produzione, sviluppare innovazioni e accrescere la produttività. Non si tratta quindi di affiancare alla politica industriale qualche misura per la formazione, ma di riconoscere che la costruzione di competenze è essa stessa una parte fondamentale della politica industriale.
Per questo, una strategia di trasformazione produttiva dovrebbe assumere la qualità della scuola come una priorità strutturale. Ciò significa discutere seriamente dei criteri di reclutamento e di progressione professionale dei docenti, valorizzando il merito e la qualità dell’insegnamento; migliorare le retribuzioni per rendere la professione più attrattiva; aggiornare programmi e metodi didattici; valutare l’organizzazione dei cicli scolastici. Fra le ipotesi da esaminare vi è quella di un primo biennio comune della scuola secondaria superiore, capace di rafforzare per tutti gli studenti le competenze trasversali fondamentali e di rinviare al successivo triennio una parte delle scelte di indirizzo. Una riforma di questa portata richiederebbe una valutazione attenta degli effetti sull’apprendimento, sull’equità e sui percorsi successivi: ciò che conta è affrontare il tema come una scelta strategica, non come un semplice riordino amministrativo.
Scuola, università e ricerca, tuttavia, non possono produrre da sole la trasformazione produttiva. Le imprese hanno bisogno di lavoratori qualificati per innovare, ma sono anche le imprese che investono in innovazione a generare una domanda stabile di professionalità elevate. Attribuire le difficoltà industriali della Calabria soltanto a una carenza di competenze significherebbe quindi trascurare il lato della domanda. Quando questa rimane debole, il territorio rischia di non valorizzare una parte delle persone che contribuisce a formare, mentre altre economie beneficiano del loro impiego produttivo. Una politica industriale efficace deve agire contemporaneamente sulla qualità della formazione e sulle opportunità di utilizzare quelle competenze in attività più produttive.
La stessa logica conduce alla ricerca, che rappresenta l’altro grande investimento nella capacità di produrre nuova conoscenza. La ricerca di base genera risultati i cui benefici possono diffondersi ben oltre i soggetti che la finanziano. Poiché chi ne sostiene i costi non può appropriarsi interamente di questi benefici, gli investimenti privati possono risultare inferiori a quelli socialmente desiderabili. Qui l’intervento pubblico ha una giustificazione particolarmente solida: non si limita ad aiutare le imprese a fare meglio ciò che già fanno, ma contribuisce ad ampliare l’insieme delle attività e delle tecnologie che potranno sviluppare in futuro.
In Calabria, nel 2023, la spesa complessiva in ricerca e sviluppo era pari allo 0,6% del PIL, contro l’1,4% nazionale. Le università realizzavano il 71% della spesa regionale, mentre alle imprese era riconducibile il 20%. Questa distribuzione evidenzia il ruolo centrale delle università nella ricerca regionale e, soprattutto, il limitato coinvolgimento diretto delle imprese. Il dato più rilevante è quindi duplice: la Calabria investe complessivamente poco in ricerca e la partecipazione diretta delle imprese a questa attività è particolarmente contenuta. Rafforzare il sistema regionale dell’innovazione significa agire su entrambe le dimensioni, sostenendo la produzione di conoscenza e accrescendo la capacità delle imprese di assorbirla e utilizzarla.
È su questo terreno che il sindacato, insieme alle altre istituzioni intermedie, può svolgere una funzione più ambiziosa della tutela delle condizioni esistenti o della gestione degli effetti delle singole crisi industriali. Può partecipare all’individuazione di una strategia di sviluppo di medio periodo, contribuendo a definire le condizioni che rendono possibile un lavoro più qualificato e meglio retribuito. Ciò significa intervenire anche nel dibattito sulla qualità della scuola, sul reclutamento e sulla valorizzazione economica e professionale dei docenti, sull’organizzazione dei percorsi formativi e sui rapporti fra istruzione, ricerca e sistema produttivo. Significa inoltre concorrere alla definizione degli impegni associati al sostegno pubblico e alla verifica dei risultati occupazionali. Competitività e qualità del lavoro sono dimensioni connesse: la prima può creare risorse per migliorare la seconda, mentre competenze valorizzate e relazioni di lavoro solide possono rafforzare la capacità innovativa delle imprese.
Non si tratta, naturalmente, di subordinare l’istruzione alle esigenze immediate delle imprese. Una formazione di qualità amplia le opportunità individuali, favorisce la mobilità sociale e prepara competenze che possono contribuire a trasformare gli stessi fabbisogni produttivi. Il punto è costruire un rapporto più stretto tra investimenti nella conoscenza e trasformazione dell’economia, evitando che procedano lungo traiettorie separate.
In questo processo di trasformazione strutturale dell’economia, il lavoro non può essere considerato una variabile residuale. La crescita della produttività rende economicamente più sostenibili retribuzioni elevate, ma non garantisce automaticamente che i benefici siano distribuiti ai lavoratori. Contano la contrattazione, le istituzioni e i rapporti tra le parti sociali. Per la stessa ragione, la valutazione dei risultati occupazionali non può fermarsi al numero dei posti di lavoro creati: deve considerare anche le ore lavorate, la stabilità dei rapporti, le retribuzioni e le possibilità di crescita professionale. Una politica industriale orientata allo sviluppo deve quindi contribuire non soltanto a creare posti di lavoro, ma anche ad ampliare la partecipazione e a migliorare la qualità dell’occupazione.
Il problema più difficile: i tempi dello sviluppo e quelli della politica
Una strategia di questo tipo pone però un’ulteriore questione, spesso sottovalutata: come garantire la continuità degli interventi necessari a modificare la struttura produttiva, quando i loro risultati richiedono tempi molto lunghi per manifestarsi?
La trasformazione della struttura produttiva di una regione richiede infatti processi di accumulazione che difficilmente si esauriscono nell’arco di pochi anni. Occorre accumulare competenze, consolidare relazioni tra imprese, sviluppare ricerca, costruire fiducia e consentire agli investimenti di produrre effetti che spesso maturano lentamente. Servono capitali pazienti, ma anche capitale sociale: capacità di cooperazione, affidabilità degli impegni e continuità delle relazioni tra istituzioni, imprese e organizzazioni del lavoro.
È forse questa la sfida più impegnativa per la Calabria: costruire un accordo duraturo tra istituzioni, imprese, scuola, università e rappresentanze del lavoro che non si limiti a distribuire risorse o a governare le conseguenze di interventi puntuali e settoriali. Nella storia delle politiche di sviluppo, misure concentrate sulla salvaguardia delle attività esistenti hanno spesso finito per preservare gli assetti produttivi, anziché favorire la modernizzazione delle imprese, dell’organizzazione della produzione e del lavoro. Le istituzioni intermedie dovrebbero invece partecipare alla definizione di obiettivi comuni e verificabili di medio periodo: qualità dell’istruzione, capacità di ricerca, innovazione, crescita delle filiere e lavoro qualificato. Un accordo che renda espliciti gli impegni dei diversi soggetti, colleghi il sostegno pubblico a risultati coerenti con la natura degli interventi e consideri la valutazione degli effetti parte integrante della strategia, non un adempimento successivo.
Il problema non dipende necessariamente dalla scarsa lungimiranza di chi assume le decisioni, ma dagli incentivi che orientano le scelte pubbliche. Quando i benefici politici sono legati soprattutto ai risultati immediatamente visibili, può diventare più conveniente privilegiare interventi rapidi rispetto a investimenti i cui effetti economici matureranno nel corso di più legislature. Il rischio riguarda la politica, le amministrazioni e, più in generale, le organizzazioni che partecipano alla definizione delle scelte pubbliche.
Per questa ragione, la continuità di una strategia non può essere affidata soltanto alla volontà dei governi che si succedono. Deve poggiare su obiettivi condivisi, impegni pluriennali, capacità amministrativa, trasparenza e valutazioni indipendenti. Continuità, peraltro, non significa conservare indefinitamente gli stessi strumenti: significa mantenere ferma la direzione della trasformazione, verificando i risultati e modificando, quando necessario, ciò che non funziona.
Il ritardo accumulato rende oggi la trasformazione più urgente, ma non ne accorcia i tempi necessari. Proprio per questo, l’urgenza non può giustificare la ricerca esclusiva di risultati immediati.
La necessità di conciliare urgenza e continuità riporta dunque alla questione da cui siamo partiti: non basta aumentare il volume degli investimenti, se questi non contribuiscono a modificare le condizioni che limitano lo sviluppo regionale. La Calabria non ha bisogno soltanto di attrarre qualche investimento in più. Deve costruire un’economia nella quale gli investimenti ne generino altri, le imprese sviluppino nuove competenze, la conoscenza diventi innovazione e la produttività crei le condizioni per salari più elevati e lavoro di qualità. È questo il senso di una politica industriale che non si limiti a sostenere la struttura produttiva esistente, ma contribuisca a trasformarla.
La vera misura del successo di una politica industriale non è quanti investimenti riesce a finanziare, ma quanto riesce a cambiare, in modo duraturo, la struttura produttiva e la qualità del lavoro di un territorio.
Questo testo costituisce una rielaborazione e un approfondimento della relazione che ho tenuto il 14 ottobre 2026, presso Unioncamere a Lamezia Terme, nell’ambito dell’iniziativa «Territorio, lavoro, legalità, innovazione: quale Calabria industriale?», organizzata dalla FIOM-CGIL Calabria. All’incontro, presieduto da Gianfranco Trotta, segretario generale della CGIL Calabria, sono intervenuti Enzo Scalese, segretario generale della CGIL Area Vasta CZ-KR-VV, e Umberto Calabrone, segretario generale della FIOM-CGIL Calabria. Le conclusioni sono state affidate a Michele De Palma, segretario generale della FIOM-CGIL nazionale.
Una versione ridotta di questo contributo è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud, nell’edizione del 29 ottobre 2026, con il titolo “Non basta investire, bisogna cambiare il modello di sviluppo”.
Francesco Aiello
DESF, Università della Calabria
Global Labour Organization
OpenCalabria
