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La programmazione comunitaria non è funzionale allo sviluppo della Calabria

by Domenico Marino
02/02/2018
in Innovazione e Ricerca, Istituzioni, Mezzogiorno
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Le connessioni fra imprese e manifatturiere e knowledge-intensive business service (KIBS) sono importanti per spiegare i divari di competitività a livello territoriale. Molto importante in questa luce appare il contributo di Lafuente, Vaillant, Vendrell Herreo (2016) che mostra come la crescita dell’occupazione in un dato territorio sia fortemente interrelata con la servitization e come questo legame funzionale possa generare circuiti virtuosi.

Tentare di stimolare lo sviluppo in regioni in ritardo di sviluppo con politiche “tradizionali” potrebbe, invece, non essere una buona scelta di policy. Infatti, nei sistemi territoriali deboli politiche regionali tradizionali basate sulla compensazione di fattori di produzione scarsi, quali, per esempio, il capitale (per stimolare l’investimento produttivo), rischiano  di creare una sorta di Dutch Desease visto che il sistema territoriale non riesce ad assorbire efficacemente il fattore di produzione (tradizionale) aggiuntivo. Dunque, politiche regionali “compensative” o “additive” finiscono per acuire le differenze esistenti tra regioni. Anziché promuovere la convergenza si creano trappole di sottosviluppo da cui i sistemi territoriali faticano ad uscire.

Se leggiamo in questa luce la programmazione regionale calabrese e, più in particolare la strategia S3, possiamo comprendere le ragioni di tanti fallimenti e le ragioni della incapacità di queste politiche di produrre sviluppo, anche a fronte di investimenti consistenti.

L’idea dei poli di innovazione che ha caratterizzato e caratterizza la programmazione regionale nel campo dell’innovazione denota dei grossi limiti concettuali  e teorici. Essa dovrebbe rifarsi ai poli di sviluppo di Perroux (1955) e questa via è stata seguita da altre regioni. Tuttavia, l’imitazione delle politiche non sempre è una buona ricetta nella programmazione, perchè non funziona come a scuola, per cui copiando dai più bravi si ottiene  generalmente un buon risultato. Nella programmazione regionale occorre tenere conto del contesto economico e sociale e una ricetta buona per un territorio non funziona necessariamente in un altro.

I poli di innovazione o di sviluppo à la Perroux, ce lo insegna la teoria economica che bisognerebbe far studiare molto di più alla burocrazia regionale, presuppongono che vi sia un’impresa motrice, ossia un’impresa in grado di far da volano alle altre. Questo modello funziona, quindi, bene in Piemonte o in Lombardia, dove le imprese motrici esistono e sono numerose, non può funzionare in Calabria dove imprese motrici non ne esistono. E un polo senza impresa motrice è come un motore senza benzina. Semplicemente non funziona.

Aver seguito il modello del Piemonte non è stata una grande idea. La strategia S3 in Calabria piuttosto che sui poli di innovazione avrebbe dovuto puntare a creare sistema, a mettere in rete le piccole e medie imprese che avevano una domanda di innovazione, attraendo dall’esterno investitori, grandi imprese e centri di ricerca. E’ il modello seguito ad esempio dalla Sicilia che ha costruito una bella strategia S3, concentrando un terzo delle risorse complessive, che sono quasi mezzo miliardo di euro, sui progetti strategici, progetti di minimo 10 milioni di euro che possono effettivamente, una volta finanziati, creare un sistema regionale dell’innovazione.

               In Calabria si è puntato sui poli, dando, però, tutto sommato pochi soldi, e si sono disperse in mille rivoli e in mille bandi a sportello, quindi, basati essenzialmente sulla velocità di cliccare sulla tastiera, le risorse per l’innovazione. Avremmo dovuto, piuttosto, investire  sulle connessioni fra imprese manifatturiere e knowledge-intensive business service (KIBS),  cioè investire per creare un ambiente innovativo. Avere una solida presenza di KIBS in un territorio contribuisce alla competitività delle imprese e le politiche industriali in regioni in ritardo di sviluppo dovrebbero in primo luogo favorire la connessione tra i settori manifatturieri e i KIBS. Inoltre, affinché gli effetti positivi possano dispiegarsi è necessario creare una massa critica minima di KIBS in un territorio e l’assenza di KIBS che potenziano la competitività in una regione può ostacolarne lo sviluppo. La creazione di questa massa critica deve essere, quindi, un secondo obiettivo della politica industriale per le regioni in ritardo di sviluppo.   Forse ancora non è tardi per riprogrammare le politiche di sviluppo della Regione Calabria e per renderle un volano di sviluppo. Ma occorre uno sforzo di analisi e approfondimento che la struttura tecnica della regione Calabria oggi non sembra in grado di produrre.

Se le politiche non producono effetti alla fine la colpa nella maggior parte dei casi è della Cattiva Programmazione.

Domenico Marino

Domenico Marino

Domenico Marino, Professore associato di politica economica Presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Direttore del Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del Dip. Pau dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e Direttore del Master di II livello in Economia dello Sviluppo e delle Risorse Culturali, Territoriali e Ambientali.

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