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Case della Comunità: la salute che ricuce la Calabria

by Angelo Palmieri
27/09/2025
in Istituzioni, Società e Demografia
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Case della Comunità: la salute che ricuce la Calabria

In Calabria parlare di sanità territoriale significa affrontare una sfida innanzitutto sociale. Le Case della Comunità non sono semplici edifici sanitari: rappresentano un cambio di paradigma che scalfisce il primato dell’ospedale come unico presidio di cura e restituisce al territorio la dignità di luogo terapeutico e relazionale.  La salute non è solo atto clinico: è relazione, intreccio di capitale sociale, appartenenze e memorie collettive. La CdC diventa così un’infrastruttura di legami, una piazza sanitaria dove la cura smette di essere gesto tecnico e diventa pratica di cittadinanza. Qui confluiscono fragilità individuali e responsabilità collettive, prossimità dei professionisti e autonomia dei cittadini.

Fratture storiche e nuove diseguaglianze
La Calabria vive da decenni forti squilibri tra costa e montagna, centri urbani e aree interne. Oltre il 30% della popolazione risiede in comuni sotto i 5.000 abitanti, spesso in zone montane o collinari, con viabilità fragile, trasporti intermittenti e una rete digitale discontinua. Queste condizioni creano una “doppia distanza”: fisica – perché i servizi sono lontani – e simbolica, perché chi vive nei piccoli centri sviluppa una percezione di esclusione e sfiducia verso le istituzioni. Il risultato è un ricorso massiccio alla mobilità sanitaria: nel 2022 la spesa per cure fuori regione ha raggiunto 304,8 milioni di euro, un esborso che non è più una libera scelta ma necessità imposta da carenze strutturali. In queste comunità un banale controllo medico può trasformarsi in un viaggio di ore, mentre per un anziano solo o una famiglia senza mezzi adeguati il diritto alla salute diventa un percorso a ostacoli. Qui le Case della Comunità devono nascere come presidi permanenti, non solo per garantire servizi di base ma per ricostruire fiducia e capitale sociale.

La cura che coinvolge
Il cuore del modello è la presa in carico proattiva: intercettare i bisogni prima che esplodano in emergenza. Il Punto Unico di Accesso (PUA) e l’Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM) non sono sportelli burocratici, ma porte civiche della salute, dove la biografia della persona – clinica, economica e relazionale – viene ascoltata nella sua interezza. Da questo ascolto nasce il Piano Assistenziale Individualizzato (PAI) digitale, un patto di corresponsabilità che unisce istituzioni, operatori e cittadini. Così la cura diventa progetto di vita e il welfare si trasforma in pratica di co-produzione del benessere, rafforzando fiducia e legami di comunità.

Governance e partecipazione
In un territorio segnato da frammentazioni istituzionali, la Direzione di Distretto diventa cabina di regia per sanità e sociale, mentre il Comitato di Comunità apre le decisioni a cittadini, operatori e Terzo Settore.  La misurazione tramite indicatori pubblici – dalle ospedalizzazioni evitabili alla soddisfazione degli utenti – non è burocrazia: è atto di democrazia sanitaria, perché rende la comunità co-valutatrice delle politiche e riduce gli spazi di opacità.

Digital divide e nuove cittadinanze
Il potenziale della telemedicina e del PAI elettronico è enorme, ma rischia di restare privilegio urbano se non si interviene sul digital divide. In molte zone interne la connessione è instabile, le competenze digitali scarse, i dispositivi costosi. Servono quindi facilitatori di comunità e programmi di alfabetizzazione tecnologica, perché l’innovazione diventi infrastruttura di cittadinanza, capace di abbattere barriere e portare il sapere clinico fin dentro i borghi più remoti.

Oltre l’emergenza: salute mentale e minori
Fra le sfide più urgenti spicca la salute mentale, soprattutto quella giovanile. Dopo la pandemia disturbi d’ansia, depressione e dipendenze hanno conosciuto un incremento allarmante. Le Case della Comunità possono diventare centri di prevenzione e resilienza, ospitando neuropsichiatria infantile, servizi per le dipendenze (SERD) e centri di salute mentale (CSM). Portare questi servizi vicino alle famiglie significa intercettare precocemente il disagio, ridurre l’abbandono scolastico e rafforzare la capacità delle comunità di sostenere i più giovani. Significa anche promuovere programmi di alfabetizzazione emotiva e gruppi di sostegno a genitori e insegnanti, trasformando la cura in educazione civica e capitale sociale. La telepsichiatria, se ben integrata, può raggiungere le aree più isolate, riducendo lo stigma e le barriere geografiche. In questo senso la salute mentale non è un capitolo marginale: è fondamento di sviluppo comunitario, perché una regione che custodisce l’equilibrio emotivo delle nuove generazioni costruisce coesione e futuro.

Una sfida culturale e politica
Costruire una sanità di prossimità in Calabria significa riconoscere il territorio come risorsa e non come problema.
Le Case della Comunità possono diventare luoghi di ricomposizione delle disuguaglianze e di costruzione di capitale sociale, dando concretezza all’articolo 32 della Costituzione. Perché questa rivoluzione silenziosa si compia occorrono tre condizioni imprescindibili: presidi permanenti nelle aree interne, investimenti seri in infrastrutture materiali e digitali e una governance trasparente che metta al centro la partecipazione civica.

E qui il discorso si fa inevitabilmente politico. Chi aspira a guidare la Regione – dal presidente uscente Roberto Occhiuto al candidato Pasquale Tridico – non può limitarsi a enunciare buone intenzioni o a rincorrere slogan elettorali.

Le Case della Comunità richiedono visione, programmazione e capacità di misurare risultati, non annunci ad effetto. E occorre dirlo con chiarezza: gli interessi consolidati di alcune potenti famiglie calabresi che da anni prosperano sulla sanità privata, alimentando un “out of pocket” studiato a tavolino con complicità silenziose, continuano a drenare risorse e a indebolire il servizio pubblico. Senza un contrasto netto a queste logiche speculative, ogni piano di riforma rischia di restare lettera morta. Su questo terreno, quello della sanità territoriale e della giustizia sociale, si misurerà la credibilità della prossima guida regionale. La Calabria non ha bisogno di promesse, ma di scelte coraggiose: portare la cura dove oggi ci sono solo distanze, costruire fiducia dove oggi regna sfiducia, trasformare il PNRR da occasione finanziaria a patto civico con le comunità.

Chi siederà a Palazzo Campanella dovrà dimostrare che la salute non è merce elettorale ma diritto vivo e misurabile, capace di trasformare le aree interne da periferia dimenticata a cuore pulsante della rinascita calabrese.


Angelo Palmieri

Angelo Palmieri

Angelo Palmieri è un sociologo. Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Economia e Gestione delle aziende sanitarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. I suoi interessi di ricerca si concentrano sul management sanitario, politica sociale e programmazione dei servizi alla persona. Per conto della casa editrice Franco Angeli ha curato il volume “Assistenza Sociosanitaria in Molise. Rapporto 2009” (2010) in collaborazione con Americo Cicchetti. Svolge attività di consulenza come progettista sociale per diversi Enti del Terzo Settore.

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