Le Case di Comunità dovevano essere il luogo dove il cittadino trovava accoglienza, presa in carico, integrazione tra sociale e sanitario. Sulla carta è un modello convincente. Nella realtà dei nostri territori, temo che rischi di restare l’ennesima infrastruttura inaugurata e vuota, se non cambia radicalmente l’approccio a ciò che davvero la fa funzionare: le persone.
Le strutture ci sono (quasi). Il personale no
Il PNRR ha previsto per la Calabria un centinaio di nuove strutture di assistenza territoriale — il numero di Case di Comunità varia a seconda della fonte, tra le 57-63 della programmazione originaria e le 82 citate in una nota politico-sindacale del 6 luglio 2026 — per un investimento complessivo oltre i 170 milioni di euro. Secondo la ricostruzione più accurata disponibile, l’inchiesta del Corriere della Calabria che incrocia dati Agenas, OpenPnrr, Corte dei Conti e atti parlamentari, la Regione ha rispettato le scadenze formali del 30 giugno 2026, ma il quadro resta a macchia di leopardo: al 6 luglio risultano completati i lavori in 48 strutture, di cui 45 formalmente attive e altre 25 ancora in fase di ultimazione. A livello provinciale la situazione è disomogenea: a Vibo Valentia 5 Case su 6 sono già operative, mentre nel Crotonese si parla ancora di “sprint finale”.
Il problema non è solo nei cantieri. È nel personale. Un’interrogazione parlamentare del 2025, basata su un report della Cgil, fotografava una situazione ben più critica: su 61 progetti di Case di Comunità e 20 di Ospedali di Comunità, ne risultavano avviati concretamente solo 4 e 2. Da allora qualcosa si è mosso, ma il nodo di fondo resta lo stesso, tanto che il 6 luglio un consigliere regionale del Pd ha posto la domanda più scomoda: al di là delle strutture completate, “la vera domanda è chi ci lavorerà dentro?”. Restano infatti i nodi di sempre — carenza di medici specialisti, difficoltà nel reclutamento di infermieri, criticità nella continuità assistenziale — perché il PNRR finanzia edifici, tecnologie e ristrutturazioni, non gli organici.
La Regione ha stanziato oltre 40 milioni di euro per nuove assunzioni infermieristiche, ma restano da vedere i tempi reali con cui queste posizioni verranno effettivamente coperte.
Già nel 2022, ben prima del primo cantiere, esperti di sanità calabrese avevano avvertito che concentrarsi sull’infrastruttura fisica senza affrontare organici e sostenibilità operativa avrebbe significato costruire “gusci” privi di reale funzionalità assistenziale. Quattro anni dopo, quel rischio appare ancora concreto.
Il PUA: un’ottima idea sulla carta
Al centro del modello c’è il Punto Unico di Accesso (PUA), pensato come porta d’ingresso unica ai servizi sociali e sociosanitari, capace di superare la frammentazione tra Comune, Distretto sanitario e Terzo settore. La normativa lo vuole composto obbligatoriamente da infermieri, assistenti sociali, personale amministrativo e medici distrettuali, con la responsabilità dell’ufficio affidata al servizio sociale professionale del Distretto.
È un impianto che, con i numeri adeguati, potrebbe davvero cambiare il modo in cui una famiglia fragile accede all’assistenza. Ma qui sta il punto: la Regione fornisce le risorse sanitarie, gli Ambiti territoriali sociali dovrebbero garantire quelle sociali — in primis gli assistenti sociali. E i numeri, verificati sui dati ufficiali del Ministero del Lavoro (Flash 1/2025 dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’organo tecnico indipendente che ne ha certificato la portata nazionale), sono impietosi: a livello nazionale, per garantire lo standard minimo di un assistente sociale ogni 5.000 abitanti, mancano oltre 1.100 professionisti in più del 40% degli Ambiti Territoriali Sociali. La Calabria, secondo la stessa rilevazione, registra l’indice più basso in Italia di operatori dei servizi sociali sul territorio — il valore più critico di tutte le regioni. Lo stesso CROAS Calabria conferma che ASP e Aziende Ospedaliere hanno bandito nuovi concorsi per il profilo, ma il bisogno resta lontano dall’essere colmato.
Se un Ambito non ha personale sufficiente, o se questi professionisti sono condivisi tra decine di Comuni e più servizi contemporaneamente, il PUA smette di essere un punto di accesso reale e diventa uno sportello simbolico, aperto qualche ora a settimana, incapace di prendere in carico la complessità dei bisogni che incontriamo ogni giorno nei Centri di Ascolto.
Un problema che conosciamo bene
Chi lavora sul territorio — nei Centri di Ascolto, nelle parrocchie, accanto alle famiglie in difficoltà — questo scollamento lo vede con chiarezza. Non basta un edificio nuovo con il logo del PNRR se poi, per una valutazione multidimensionale o per attivare un percorso di assistenza domiciliare, si aspettano settimane perché manca l’assistente sociale di turno. Non basta annunciare l’apertura di una Casa di Comunità se il cittadino, arrivato lì, trova solo un ambulatorio con orari ridotti e nessuno che lo accompagni davvero nel suo bisogno — spesso insieme sanitario, economico e relazionale.
La sanità calabrese sconta inoltre un contesto già fragile di suo: carenza di medici ospedalieri, una rete ospedaliera che non riesce a integrarsi con l’assistenza territoriale, e i postumi di sedici anni di commissariamento, formalmente revocato solo nella tarda primavera del 2026 dopo un braccio di ferro istituzionale con la Corte dei Conti. Un’uscita ancora incompleta: mancano alcuni decreti attuativi e il nuovo Programma Operativo, e la Regione passerà comunque a un monitoraggio ordinario stretto da parte di MEF e Ministero della Salute. In questo scenario di transizione, le Case di Comunità rischiano di restare l’ennesimo tassello scollegato dal resto del sistema, anziché diventarne il fulcro.
Essere realisti, non disfattisti
Non si tratta di negare il valore dell’investimento, né la buona fede di chi lo sta realizzando. Si tratta di essere realistici: un modello di prossimità funziona solo se chi deve accogliere, valutare e accompagnare la persona è presente in numero adeguato, stabile, formato. Altrimenti resta un’infrastruttura utile ma vuota.
Se vogliamo che le Case di Comunità cambino qualcosa nella vita delle persone più fragili dei nostri territori, la battaglia non è più solo quella dei cantieri e delle inaugurazioni. È quella per gli organici: personale sociale in numero sufficiente, PUA che funzionino tutti i giorni e non solo qualche ora a settimana, un raccordo reale tra ASP, Ambiti sociali e Terzo settore, Caritas compresa, che oggi resta troppo spesso solo sulla carta.












