* già pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”
Negli ultimi anni, l’austerità imposta dall’Europa ha avuto effetti senz’altro negativi e talvolta contro-producenti. Fino al 2012, a crisi bella che esplosa, il Trattato di Maastricht ha continuato ad operare con quell’estrema rigidità propria del paradigma del Washington consensus che presupponeva, chissà perché, che stabilità monetaria e finanziaria fossero di per se capaci di condurre alla crescita economica. La stabilità stava bene all’Italia come ad altri paesi europei nei primi anni Novanta poiché funzionava come uno strumento di disciplina fiscale e finanziaria per un paese che con la prima Repubblica, dal 1970, aveva visto un’espansione del debito pubblico sostenuta, fino a superare il 120% del PIL. La prima repubblica non si scorda mai, canta Checco Zalone. Infatti, ancora paghiamo il conto.

Nei primi anni di applicazione, al Trattato dei banchieri si perdonava la sua “stupidità” poiché aveva spinto il paese a ridurre il debito di diversi punti percentuali, giù fino al record del 100% dei periodi dei governi di Silvio Berlusconi e Romano Prodi (2001-2008).

L’ottusità del Trattato, però, era destinata a generare gli effetti disastrosi attesi da alcuni con l’avvento della crisi economica e finanziaria nel 2009. Ma perché era così stupido il Trattato? Lo era per tanti motivi, ma soprattutto perché non teneva conto del ciclo economico e quindi non spingeva a mettere fieno in cascina con avanzi di bilancio quando il ciclo era positivo e a tirare fuori la biada con l’esplodere della crisi. Inoltre, si chiedeva di ridurre il debito, ma si consentiva un deficit continuo intorno al 3%. Per definizione, negava il ruolo delle politiche keybesiane, ma consentiva deficit persistenti.

Il debito tornò ad aumentare nel 2009 sia per la crisi sia perché Giulio Tremonti pensò bene di poterne venir fuori con un aumento vertiginoso del debito. L’aumento era anche inefficace poiché si aumentò la componente che ha minore incidenza sulla crescita del PIL (detassazione della proprietà, spesa corrente).

Inoltre, quando Mario Monti venne a “salvare la patria” dalla bancarotta cui la stava portando il governo di centro-destra, impose una tale e così drastica austerità da causare una recessione come egli stesso ha ammesso.

Una delle conseguenze negative e impreviste dell’austerità europea è stata la tendenza a ridurre la componente della spesa in conto capitale che dà luogo agli investimenti. Uno dei motivi è che questa componente è anche quella più facilmente controllabile nel breve periodo, quando si vuole far cassa. Infatti, occorrono riforme strutturali per ridurre la spesa per retribuzioni, acquisti della PA e contributi sociali (pensioni ed assistenza). Le riforme pensionistiche, ad esempio, non hanno un effetto immediato, in parte per renderle più facili da accettare, in parte perché richiedono tempo per produrre effetti. La spesa per acquisti della PA è anche difficile da ridurre e controllare. La spesa in assistenza serve per alleviare gli effetti sociali della crisi.

È più facile, allora, ridurre la spesa in conto capitale ed, infatti, questa componente si è ridotta in modo significativo, pur essendo già ai minimi termini, passando dal 5.3% nel 2001 al 4.2% nel 2015. La riduzione è più forte nel Mezzogiorno, ma anche nel centro-nord, soprattutto a partire dal 2009.

La riduzione della spesa in conto capitale è avvenuta nel Mezzogiorno, prima di tutto, annullando i Fondi FAS (per le aree sottoutilizzate) e spostandoli sulla spesa ordinaria di tutto il paese e poi riducendo anche la componente totale della spesa in conto capitale per il Mezzogiorno ben al di sotto del 34% che la popolazione meridionale rappresenta sul totale italiano. Nel 2012, la spesa in conto capitale del Sud è stata appena il 19.1% del totale. Ha fatto bene l’ex Ministro Claudio De Vincenti ad ancorarla al 34% nel 2016.

Le conseguenze sul divario infrastrutturale del Mezzogiorno, che pure ha radici antiche, sono evidenti. Non c’è la TAV né sulla dorsale Tirrenica, né su quella adriatica, né fra le due dorsali. Occorrono aeroporti di maggiori dimensioni vicino alle principali città del Mezzogiorno. Occorre favorire la ricerca e l’innovazione sia di base che nelle imprese. Gli investimenti infrastrutturali per il turismo avrebbero effetti immediati sulla crescita.

La “recessione da austerità” causata da Monti è stata un argomento importante per convincere le autorità europee a concedere “flessibilità” nell’uso della leva della spesa pubblica. La flessibilità, che doveva ridurre l’ottusità del Trattato di Maastricht, è prevista in quattro casi: a) per una recessione; b) per incentivare gli investimenti, soprattutto per il Piano Junker; c) per accompagnare riforme strutturali; d) per far fronte a crisi sistemiche dell’eurozona. Senza andare troppo nel dettaglio, la flessibilità consiste nel non computare nel calcolo del deficit la spesa per investimenti.

Nulla di specifico è stato però previsto a favore del Mezzogiorno e delle altre aree dell’intervento strutturale, anche se le aree valutarie tendono per loro natura ad approfondire i divari territoriali. Credo che sarebbe del tutto accettabile, se non auspicabile chiedere alle autorità europee di introdurre un quinto caso di flessibilità a favore delle aree dell’intervento strutturale. Si potrebbe consentire, così, la ricostituzione dei Fondi FAS unicamente per la realizzazione di spesa in conto capitale ed investimenti per il raggiungimento di obiettivi di infrastrutturazione basilare del Mezzogiorno, al fine di favorire il catching up che pure sembra essere ripreso negli ultimi 3 anni, come già notato in un articolo precedente.

Floro Ernesto Caroleo

Floro Ernesto Caroleo

Floro Ernesto Caroleo Professore ordinario di Politica Economica presso l’Università di Napoli Parthenope. Coordinatore del Corso di Studio in Management delle Imprese Turistiche
Dirttore del CRISEI (Centro di ricerca interdipartimentale in Sviluppo Economico e Istituzioni) dell’Università di Napoli Parthenope. Nel triennio 2007-2010 è stato presidente dell’Aiel (associazione Italiana degli Economisti del lavoro.
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Francesco Pastore

Francesco Pastore

Francesco Pastore è nato a Napoli il 6 giugno 1966. Professore di economia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, si è occupato di diversi temi di ricerca. Potete trovare facilmente le sue numerose pubblicazioni scientifiche in uno dei siti accademici che si trovano sul web. È research fellow dell’IZA (Institute of Labor Economics) di Bonn e country lead del GLO (Global Labor Organization), di cui guida il cluster sui temi della transizione scuola lavoro. Giornalista pubblicista dal 1992, ama affrontare temi di grande attualità in articoli provocatori che hanno quasi sempre un forte seguito sui social media. È autore di oltre cento editoriali pubblicati su lavoce.info, social-europe.eu, nelmerito.com, ingenere.it ed altri magazine online, spesso rilanciati da diversi quotidiani, fra cui Il Fatto Quotidiano, presso il quale tiene un blog molto seguito
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