Il fenomeno migratorio nel bacino del Mediterraneo rappresenta una delle sfide geopolitiche e socio-economiche più complesse per i Paesi dell’Europa meridionale e non solo. L’analisi degli eventi critici ai confini esterni dell’Unione Europea — in particolare la gestione delle frontiere tra Spagna e Marocco presso l’exclave di Ceuta e le pressioni sulle rotte del Mediterraneo centrale — dimostra l’inefficacia delle politiche basate sulla rigida chiusura, il cosiddetto “lucchetto migratorio”. La gestione della mobilità umana nel Mediterraneo pone la Spagna, l’Italia e la sponda nordafricana al centro di un nodo geostrategico caratterizzato da profonde asimmetrie demografiche ed economiche. Le retoriche politiche incentrate sul “congelamento” dei confini e sulla sigillatura delle frontiere nazionali vengono proposte come soluzioni immediate per la salvaguardia della sovranità statale. Tuttavia, la realtà dei fatti dimostra che i confini geopolitici si rivelano spesso illusori di fronte alle spinte strutturali della migrazione globale.
Le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, sulla costa settentrionale del Marocco, rappresentano l’unico confine terrestre diretto tra l’Unione Europea e il continente africano. La ciclica insorgenza di crisi migratorie presso la barriera di Ceuta mette in luce la vulnerabilità delle politiche puramente contenitive e confinarie.
Come ampiamente documentato nell’ambito della demografia politica internazionale, il ricorso a strumenti repressivi o a barriere fisiche produce principalmente una serie di effetti collaterali, tra cui la deviazione delle rotte, la strumentalizzazione geopolitica e l’aumento dell’irregolarità. Infatti, la chiusura di un valico non azzera la spinta migratoria, ma la dirotta verso rotte marittime più pericolose, come per esempio quella canaria. Inoltre, genera strumentalizzazione geopolitica: i Paesi di transito (come il Marocco) assumono un forte potere contrattuale, utilizzando la gestione dei flussi come leva di pressione diplomatica. Infine, aumenta l’irregolarità, in quanto l’assenza di canali legali di accesso non ferma gli arrivi, ma alimenta il lavoro nero e il traffico di esseri umani.
L’idea che l’azzeramento dei flussi possa rappresentare uno stato di equilibrio sostenibile è un’illusione sia geopolitica che demografica. Sorge quindi spontaneo un interrogativo speculativo: quali sarebbero le conseguenze macro-demografiche di una reale ed effettiva “chiusura delle frontiere”? Per rispondere a questo quesito ci viene in aiuto il modello matematico sviluppato da Alfred Lotka nel 1922 che applicato al caso italiano mette in evidenza come un ipotetico azzeramento dei flussi migratori, in presenza di un profondo inverno demografico come il nostro – prodotto da un intreccio di fattori che ha nella bassissima fecondità di 1,14 figli per donna l’elemento più critico- produrrebbe un inarrestabile collasso della popolazione. Nel giro di due generazioni (2086), la popolazione italiana si ridurrebbe della metà rispetto a quella attuale. E addirittura nell’arco di tre generazioni (fra 90 anni) la sua contrazione sarebbe del 65,8% (Tabella 1) stabilizzandosi a quella data su un profilo strutturale relativo rovesciato, comunemente definito come piramide “a fungo” o “a trapezio rovesciato”.

Nello stadio terminale di questo percorso vi sarebbero più cittadini in età pensionabile rispetto a quelli in età attiva (111,2%, rispetto al valore di 39,7% odierno), mentre l’indice di vecchiaia aumenterebbe in modo vertiginoso dall’attuale 214,5% a 855,2% (Tabella 2). In un sistema previdenziale funzionante a ripartizione finanziaria corrente (INPS) un simile sbilanciamento decreterebbe il collasso finanziario immediato del welfare state, del sistema sanitario e della sostenibilità economica complessiva del Paese.

Queste brevi osservazioni dimostrano che l’immigrazione netta regolare non rappresenta una scelta ideologica, bensì una necessità demografica e strutturale. È dunque indispensabile abbandonare l’approccio di permanente emergenza o di mera chiusura burocratica in favore di una gestione programmata basata sui seguenti pilastri strategici: superamento di decreti flussi estemporanei tramite la definizione di pianificazioni triennali basate sul fabbisogno effettivo dei settori produttivi, dell’assistenza alla persona e delle competenze ad alta specializzazione; creazione di partnership bilaterali (es. tra Italia, Spagna, Marocco e Paesi subsahariani) per la formazione professionale e linguistica sul posto prima dell’ingresso; rafforzamento degli accordi multilaterali che leghino gli aiuti allo sviluppo e la cooperazione economica all’impegno nella gestione congiunta dei flussi e nel contrasto ai trafficanti; superamento del Regolamento di Criteri rigidi come il Paese di primo ingresso, redistribuendo le responsabilità di accoglienza tra tutti gli Stati membri dell’UE; politiche attive volte a prevenire la segregazione marginale nei centri urbani e nelle aree agricole; semplificazione dell’accesso alla legalità per i minori nati o cresciuti nel Paese ospitante, al fine di favorire un senso di appartenenza e la coesione sociale.
Sebbene l’attuazione di questi pilastri rappresenti una risposta strutturale non più procrastinabile, la ricerca del consenso elettorale a breve termine rende oggi assai improbabile che i governi abbiano la forza politica di farli propri.
Bibliografia essenziale
- Commissione Europea. (2020). Un nuovo patto sulla migrazione e sull’asilo [COM(2020) 609 final]. Unione Europea.
- de Haas, H. (2023). How migration really works: The facts about the most divisive issue in politics. Basic Books.
- Ferrer-Gallardo, X. (2008). The Spanish-Moroccan border complex: Processes of geopolitical functional segregation and subsidiarity. Political Geography, 27(3), 301–321. https://doi.org/10.1016/j.polgeo.2007.12.004
- Golini, A. (2020). La sostenibilità demografica del welfare italiano. Il Mulino.
- Livi Bacci, M. (2017). Con i piedi per terra: Per una politica delle migrazioni. Il Mulino.
- Lotka, A. J. (1922). The Stability of the Normal Age Distribution. Proceedings of the National Academy of Sciences, 8(11), 339-345.
- https://demo.istat.it
Questa nota è stata in precedenza pubblicata su Il Quotidiano del Sud (Edizione del 18 agosto 2026)













