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Le sfide per gestire bene il declino demografico strutturale

by Giuseppe De Bartolo
07/03/2026
in Società e Demografia
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Le sfide per gestire bene il declino demografico strutturale

Oggi l’umanità si trova sulla soglia di un mutamento epocale che ridefinisce i parametri della convivenza civile, della potenza degli Stati e della sopravvivenza economica. Come ha analizzato con acume da Nicholas Eberstadt nel suo saggio, The Age of Depopulation, pubblicato in Foreign Affairs nel 2024, ci stiamo incamminando in quella che può essere definita l’era dello spopolamento globale. Infatti, per la prima volta nella sua storia la popolazione planetaria si appresta a subire una contrazione strutturale non causata da catastrofi naturali, pestilenze e conflitti, bensì dalla volontà stessa dell’uomo e da un mutamento profondo dei valori individuali. La transizione verso tassi di fecondità costantemente al di sotto della soglia di ricambio (2,1 figli per donna) non rappresenta un fenomeno temporaneo, ma un tratto permanente del nuovo ordine demografico che sta già ridisegnando gli equilibri di potere tra le grandi potenze e non solo.

Com’è noto, il paradigma demografico che ha dominato il XX secolo — caratterizzato dal timore dell’esplosione della popolazione e dalla scarsità di risorse — è stato definitivamente superato da una realtà opposta: l’implosione della fecondità. I dati più recenti indicano che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive oggi in nazioni dove il ricambio generazionale non è più garantito, e la sfida è come gestire una realtà in cui il numero degli anziani supera costantemente quello dei nuovi nati in continua diminuzione. Questa contrazione è la conseguenza di una profonda trasformazione socioculturale perché la denatalità non è più un’appendice dello sviluppo economico, ma è dovuta a un cambiamento di priorità. Infatti, l’autonomia personale, la ricerca dell’affermazione professionale, quella di un comfort immediato e la diffusione a imitare i comportamenti di bassa fecondità prevalenti nella società (mimetismo) — variabile poco esplorata fino ad oggi ma che, a nostro avviso, potrebbe avere invece un importante valore esplicativo — hanno reso la procreazione una scelta poco attraente. Si assiste a un rinvio sistematico o a una rinuncia definitiva al matrimonio, a un aumento delle convivenze temporanee e a una crescita esponenziale del numero di persone che scelgono di vivere sole.

Entro la metà del secolo, sulla base delle proiezioni delle Nazioni Unite,  oltre i tre quarti dei paesi mondiali non avranno tassi di fecondità sufficienti a mantenere stabile la propria popolazione. Ancora più avanti nel tempo solo una manciata di paesi (principalmente nell’Africa subsahariana) registrerà tassi di crescita positivi, ma in continua diminuzione, suggerendo che il modello dello spopolamento finirà per prevalere ovunque. Lo scenario prossimo venturo sarà contrassegnato dunque dalla prevalenza della popolazione anziana e da un numero di nascite annue che continuerà a diminuire, portando a una contrazione della forza lavoro globale che metterà a dura prova la crescita del PIL mondiale.

L’era dello spopolamento non agisce però in modo uniforme su tutti gli attori globali; essa funge da moltiplicatore di potenza per alcuni e di ostacolo per altri, alterando gli equilibri di forza internazionali in modi precedentemente inimmaginabili. La demografia, sebbene non rappresenti un destino ineluttabile, fornisce le fondamenta materiali su cui si poggia l’ambizione nazionale. In questo contesto, la competizione tra le grandi potenze deve essere riletta attraverso la capacità di ciascuna nazione di gestire il proprio invecchiamento, che potrebbe compromettere definitivamente le loro aspirazioni egemoniche. In Cina, per esempio, la politica del figlio unico, pur essendo stata abbandonata, ha lasciato una società che sta invecchiando velocemente. La Russia vive una crisi ancora più acuta, definita da alcuni analisti come un “suicidio demografico”. All’anemia delle nascite si somma un’alta mortalità maschile, aggravata da stili di vita insalubri e dal drenaggio di risorse umane causato dai conflitti bellici. Solo gli Stati Uniti, pur non essendo immuni dal calo della fecondità, mantengono una posizione di relativa forza rispetto agli altri paesi industrializzati e conservano una capacità superiore di attrarre, integrare e assimilare immigrati.

Un aspetto critico della geopolitica dello spopolamento riguarda la condotta della guerra. Storicamente, le nazioni potevano contare su un surplus di giovani uomini; tuttavia, in un mondo di figli unici ogni perdita militare rappresenta una tragedia familiare insostituibile. Questo fattore rende le società moderne intrinsecamente più avverse al rischio, limitando la capacità dei governi di sostenere conflitti prolungati con elevate perdite umane. Le potenze che invecchiano potrebbero trovarsi politicamente fragili di fronte a crisi internazionali, poiché la pressione sociale per la protezione dell’unico discendente prevale spesso sugli obiettivi strategici dello Stato, la cosiddetta geriatric peace.

In un contesto di contrazione della forza lavoro e aumento esponenziale della popolazione anziana, l’intelligenza artificiale (IA) e l’automazione avanzata diventano strumenti di sopravvivenza sistemica. La riduzione della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) esercita una pressione al ribasso sulla crescita economica. Per mantenere gli attuali standard di vita e sostenere i sistemi pensionistici, è necessario che ogni singolo lavoratore diventi infinitamente più produttivo. Studi recenti indicano che l’uso dell’IA può incrementare la produttività individuale di circa il 20% in media, con picchi significativi nei settori ad alta intensità di informazione. Questo aumento dell’efficienza è fondamentale per prevenire il declino del PIL pro capite in nazioni, come per esempio l’Italia e il Giappone, dove la forza lavoro si sta riducendo a ritmi allarmanti. L’invecchiamento radicale della società porterà a un’esplosione dei cosiddetti “super-vecchi” (over 80), il cui numero triplicherà, al di fuori dall’Africa, entro il 2050. In questo scenario, l’IA e la robotica di servizio assumeranno un ruolo centrale, per esempio nella gestione delle malattie croniche della terza e quarta età.

L’era dello spopolamento, pur portando con sé sfide formidabili, non deve essere necessariamente sinonimo di decadenza. Eberstadt sottolinea ancora che la prosperità futura non dipenderà dalla quantità della popolazione, ma dalla qualità del capitale umano e dalla capacità di adattamento tecnologico. Il passaggio da una società espansiva a una società in contrazione richiede però una riconfigurazione totale del suo assetto. Le nazioni e le regioni che sapranno navigare con successo in questo nuovo contesto saranno quelle che riusciranno ad adottare strategie basate sull’integrazione tra uomo e macchina attraverso l’IA. In questo contesto, la risorsa più preziosa non sarà l’energia o il territorio, ma le persone. In secondo luogo, quei Paesi che avranno la capacità di accogliere e integrare talenti stranieri potranno mantenere la propria superiorità anche con l’inverno demografico. Per l’Italia, questo significa trasformare la gestione dei flussi migratori in opportunità di sviluppo e ringiovanimento sociale. In terzo luogo, sarà fondamentale la rigenerazione delle aree periferiche attraverso modelli di vita e lavoro decentralizzati. In questo mondo in cui la popolazione ha scelto per la prima volta nella sua storia di ridimensionare la propria presenza, solo puntando sulla innovazione sarà possibile offrire una vita dignitosa a una popolazione ridotta ma più interconnessa.


Questa nota è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud (Edizione del 5 marzo 2026)

Giuseppe De Bartolo

Giuseppe De Bartolo

già Professore Ordinario di Demografia presso il Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza "Giovanni Anania" dell'Unical. Laureato in Scienze Statistiche e Attuariali presso l’Università di Roma nel 1966. Actuarial Student presso la Continental Assurance Co di Chicago nel 1967-1968. Ha conseguito la MaÎtrise in Demografia presso l’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) nel 1979. E’ stato visiting professor presso le Università di North York (Ontario) e di Niznhi Novgorod (Russia). S’interessa di stima e previsione della popolazione, di demografia regionale e delle minoranze linguistiche, di migrazione internazionale, di demografia applicata (Business Demography). Ha pubblicato numerosi saggi su riviste nazionali e internazionali ed è membro delle più importanti società scientifiche che studiano i problemi della popolazione.

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