La valutazione del ruolo delle politiche a sostegno della ricerca e dell’innovazione è un tema che è stato ampiamente affrontato considerando come variabile di impatto le spese in Ricerca e Sviluppo (R&S). La conclusione largamente condivisa cui giunge la letteratura è che l’aiuto pubblico determina un incremento addizionale degli investimenti innovativi delle imprese [1]. Questa evidenza, tuttavia, impedisce di comprendere se le politiche accrescono la performance innovativa dei beneficiari, poiché non è certo che i maggiori investimenti si trasformino in effettiva innovazione. Le spese innovative servono sì ad attivare la creazione di tecnologia, ma ciò non garantisce che si avrà nuova conoscenza, dato che la ricerca è un’attività ad esito incerto. Il giudizio sull’efficacia della politica cambia radicalmente, quindi, se a fronte di un incremento degli input innovativi non si realizza alcuna innovazione. Un approccio per valutare in modo compiuto l’efficacia delle politiche è di analizzare sia l’input (spesa in R&S) sia l’output del processo innovativo. Se l’interesse ricade sulle politiche per l’innovazione attive in Italia, l’output innovativo può essere misurato dai brevetti registrati dalle imprese italiane presso l’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO).

I brevetti dell’Italia all’EPO I dati del periodo 2007-2016 pubblicati dall’EPO indicano che nel 2007-2009 le imprese italiane hanno registrato più di 4.300 brevetti all’anno. Negli anni successivi le registrazioni sono diminuite, tornando poi a crescere nel biennio finale, fino ad attestarsi a 4.166 brevetti nel 2016, pari al 2,6% dei 159.153 brevetti EPO (nel 2007 tale percentuale era il 3,1%). Nella classifica dei paesi che nel 2016 hanno depositato brevetti all’EPO, l’Italia si colloca al decimo posto. La graduatoria è guidata dagli USA (25% dei brevetti totali del 2016), cui seguono Germania (16%), Giappone (13), Francia (6,5%), Svizzera (4,5%), Cina (4,4%), Olanda (4,3%), Corea (4,3%) e Regno Unito (3,2%). Nel 2016, questi 10 paesi detenevano l’85% dei brevetti depositati in Europa. Dal 2007 al 2016, la classifica dei top performers mostra che (a) i dieci paesi a maggiore capacità brevettuale sono sempre gli stessi e (b) l’Italia occupa sempre la decima posizione.

I brevetti e le politiche per l’innovazione in Italia Lo studio di Aiello, Albanese e Piselli (2017) [2] affronta il tema della relazione esistente tra le politiche per l’innovazione e i brevetti depositati all’EPO da parte delle imprese italiane. La ricerca si basa su un’originale banca dati ottenuta combinando tre distinte fonti informative: i dati dei brevetti riportati in PATSTAT sono stati ricollegati alle imprese presenti nell’archivio Cerved, mentre l’ultimo matching è stato fatto considerando l’Indagine Capitalia sulle imprese manifatturiere del 2001-2003. Il campione finale comprende 3.788 imprese manifatturiere, di cui (i) il 43% ha effettuato investimenti in R&S nel 2001-2003; (ii) il 13% ha beneficiato nel 2001-2003 di sgravi fiscali e/o sussidi per gli investimenti in R&S e (iii) l’8% ha depositato almeno un brevetto nel periodo 2004-2009. L’obiettivo della ricerca è valutare se le politiche per l’innovazione adottate nel 2001-2003 hanno migliorato la capacità brevettuale osservata negli anni successivi (2004-2009). In particolare, viene misurata sia la variazione dei brevetti depositati, sia l’aumento delle imprese che hanno depositato un brevetto per la prima volta (aumento della probabilità di brevettare).

Risultati I risultati mostrano che la probabilità di brevettare da parte delle imprese è positivamente influenzata dai regimi di aiuto: a parità di altre condizioni, il sostegno pubblico determina un incremento di 4,5 punti percentuali della probabilità di brevettare. Questo risultato è quantitativamente simile a quello che risulta considerando l’impatto della spesa R&S finanziata con capitali privati. Anche l’effetto delle politiche pubbliche sul numero di brevetti depositati risulta essere positivo: le stime suggeriscono che il numero di brevetti depositati dipende positivamente dalla spesa per investimenti in R&S finanziata dal settore pubblico (le risorse pubbliche determinano un aumento medio pari a 0,17 brevetti). Tuttavia, l’impatto sui brevetti della spesa in R&S finanziata con risorse pubbliche è minore di quello determinato da investimenti privati (0,25 brevetti in più). Un ulteriore riscontro empirico riguarda il fatto che, a parità di probabilità di brevettare, le imprese beneficiarie del regime di aiuto spendono di più rispetto alle imprese che ricorrono esclusivamente a finanza privata. Si tratta di una rilevante evidenza empirica, poiché indica la presenza di una ridotta efficienza delle azioni pubbliche a sostegno dell’innovazione: per ottenere lo stesso risultato, i canali di finanziamento pubblici mobilitano una quantità di risorse che è maggiore di quella impegnata dal settore privato.

Sebbene i principali risultati siano, in generale, confermati dalle analisi disaggregate per area geografica, classe dimensionale delle imprese e settori economici di appartenenza, esiste un effetto differenziale lievemente positivo a favore del sostegno pubblico quando si considerano le imprese del Mezzogiorno d’Italia, le imprese di piccola dimensione e quelle che operano nei settori tradizionali. Una plausibile spiegazione è che l’intervento pubblico rappresenta un canale di finanziamento suppletivo per le imprese che operano in ambienti produttivi e in comparti economici meno propensi all’innovazione, in cui esistono potenziali e più stringenti vincoli finanziari [3]. L’esito positivo di questa spinta iniziale a favore di questi gruppi di imprese potrebbe protrarsi nel tempo, tenuto conto della forte dipendenza temporale che esiste nelle attività brevettuali. L’evidenza mostra, infatti, che la probabilità di depositare un brevetto è maggiore per le imprese che hanno già avuto esperienza brevettuale, rispetto a quelle che fanno domanda di brevettare per la prima volta ([2] [4]).

Sintesi I regimi di aiuto influenzano positivamente la capacità brevettuale delle imprese italiane, sebbene l’efficienza della spesa pubblica sia minore della spesa privata. Se la funzione obiettivo è di aumentare i brevetti, se ne deduce che le politiche per la ricerca e l’innovazione sono chiamate a introdurre severi criteri di selezione dei progetti di investimento innovativo, supportando prioritariamente quelli ad elevata potenzialità di successo. Questo processo di selezione dovrebbe guidare tutte le politiche per la ricerca e l’innovazione finanziate dalle Regioni, poiché è a questi interventi locali che guardano con interesse molte imprese del Mezzogiorno d’Italia e quelle di più ridotta dimensione.


(*) Le opinioni presentate sono personali e non coinvolgono la responsabilità degli Istituti di appartenenza degli autori


Riferimenti Biliografici

[1] Becker B. (2015), “Public R&D policies and private R&D investment: A survey of the empirical evidence”, Journal of Economic Surveys, 29(5), 917–942

[2] Aiello F., Albanese G. e Piselli P. (2017), “Public R&D support in Italy. Evidence from a new firm-level patent data set” MRPA WP #77955, Marzo 2017

[3] Brown J.R., Martinsson G., Petersen, B.C.(2012)Do financing constraints matter for R&D?“, European Economic Review, 56(8), 2012, 1512–1529

[4] Lotti F., Schivardi F. and Usai S. (2005), “Cross Country Differences in Patent Propensity: A Firm-level Investigation (with discussion), Giornale degli Economisti e Annali di Economia , 64(4), 469-507

 

Francesco Aiello

Francesco Aiello

Francesco Aiello è professore ordinario di Politica Economica presso l’Università della Calabria.

Attualmente insegna "Politica Economica" al corso di Laurea in Economia
ed "Economia Internazionale" al corso di Laurea Magistrale in Economia e Commercio.

La sua attività di ricerca è centrata sui temi della Ricerca e dell’Innovazione, dei divari di sviluppo in Italia e in Europa, sull’analisi micro-econometrica dell’efficienza e della produttività e sulla valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche.

E’ autore di numerosi saggi scientifici pubblicati su riviste nazionali e internazionali.

Accanto all’attività prettamente accademica, si interessa di economia locale e di attività di divulgazione economica. Nell’estate del 2015 ha fondato OpenCalabria.com, uno spazio dedicato ai temi di “Economia e Politica dello Sviluppo” della Calabria.
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Giuseppe Albanese

Giuseppe Albanese

Giuseppe Albanese è economista presso la Filiale di Catanzaro della Banca d’Italia. Ha conseguito il Master in Economia e Finanza presso l’Università Federico II di Napoli e il Dottorato in Economia presso l’Università di Palermo. È stato Visiting Researcher presso le Università di Bruxelles e Cambridge. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente l’economia regionale, l’economia pubblica e le politiche per lo sviluppo territoriale.
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Paolo Piselli

Paolo Piselli

Paolo Piselli è economista presso la Divisione Storia Economica e Archivio Storico della Banca d’Italia. Ha conseguito la laurea con lode presso l’Università LUISS Guido Carli e il Dottorato in Economia e Istituzioni presso l’Università di Roma Tor Vergata ed è stato Visiting Scholar presso l’Università di Cambridge. Si è occupato di ciclo economico, economia regionale, innovazione e attualmente si occupa di mercati bancari e finanziari italiani in prospettiva storica.
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