E’ ritornato, negli ultimi mesi, il dibattito sui differenziali di produttività tra Nord e Sud Italia, che implicherebbero implicitamente o esplicitamente importanti conseguenze di politica economica come la deroga alla contrattazione collettiva in favore di quella decentralizzata, oppure la differenziazione tra nord e sud, e quindi la riduzione dei salari monetari al sud dove la produttività del lavoro è più bassa (si veda lo studio di Tito Boeri, Andrea Ichino, Enrico Moretti e Johanna Posch).

Queste conclusioni di policy sono, a parere di chi scrive, profondamente sbagliate, e non solo perché riporterebbero il paese indietro verso le note “gabbie salariali” degli anni 50 e 60 che non hanno fatto bene ed hanno peggiorato drammaticamente i divari di reddito tra nord e sud, ma anche perché non trovano solido riscontro nella evidenza empirica, per almeno tre motivi che cercherò di spiegare.

Innanzitutto si deve osservare che nel Mezzogiorno i salari sono già inferiori di circa 20 punti rispetto a quelli del Nord Ovest e di circa 15 punti rispetto a quelli del Nord Est, come dimostrato da Franzini, Granaglia e Raitano in un paper pubblicato sul Menabò di Etica ed Economia N 47 del 2016. Una simile analisi risulta anche dai dati della Banca d’Italia (Indagine sulle Imprese), e ripresa anche da un contributo di  Aiello, Daniele e Petraglia  (2018a), i quali tra l’altro dimostrano in  un altro articolo sulla stessa rivista (Open Calabria) che i salari nel Mezzogiorno sono già in linea con la dinamica della produttività (Aiello, Daniele e Petraglia, 2018b).

In secondo luogo, la composizione settoriale dell’industria al Sud è storicamente posizionata, anche a causa delle gabbie salariali ricordate prima, su settori a basso contenuto tecnologico, propensi a più bassi guadagni di produttività, e quindi con più bassi salari medi. Questo significa una cosa ben precisa, che probabilmente è la principale differenza teorica che divide sostenitori e avversari degli aggiustamenti dei salari monetari: la produttività non è una variabile esogena ma endogena, che dipende da investimenti, composizione settoriale, domanda e altri fattori di contesto socio-economici (quali infrastrutture, servizi, istituzioni, ecc). Seguendo questo approccio, che si rifà ad economisti come Keynes, Kaldor o Sylos Labini, potrebbe essere utile persino aumentare i salari piuttosto che ridurli. Anzi, la riduzione dei salari al sud, alla vigilia della nuova rivoluzione tecnologica nota come Industria 4.0, approfondirebbe ulteriormente il gap tecnologico tra nord e sud poiché spingerebbe le imprese verso la facile scelta di intensificare gli investimenti labour intensive, sfruttando il più basso costo del lavoro, piuttosto che la scelta di investire in investimenti capital intensive, quindi in nuove tecnologie che porterebbero a maggiori guadagni di produttività. Nel lungo periodo, la riduzione dei salari potrebbe quindi portare a più bassi livelli di produttività.

Dalla equazione della produttività di Sylos Labini (1999), infatti, si evince che la produttività è strozzata da una scarsa espansione della domanda aggregata, da un aumento dei prezzi sul costo del lavoro per unità di prodotto, e da una mancanza di investimenti soprattutto in settori tecnologicamente avanzati. Questo risultato è sostenuto anche teoricamente, laddove si assume che la produttività dipende dalla combinazione del cosiddetto effetto Smith (espansione della domanda, con riorganizzazione e divisione del lavoro) e dell’effetto Ricardo (investimenti che sostituiscono lavoro con capitale con specifici cambiamenti tecnologici). Attraverso questo approccio, si può osservare una  relazione negativa tra produttività e flessibilità, ovvero la flessibilità del lavoro e la pressione sui salari possono risultare dannosi per la crescita  della produttività. La seguente equazione (Sylos Labini, 1999), presenta le determinanti della produttività del lavoro secondo questo approccio:

La variazione della produttività del lavoro  dipende positivamente dalla variazione del prodotto ( ΔY ), dalla variazione degli investimenti ( ΔI ) e dalla differenze delle variabili in parentesi, dove P è l’indice dei prezzi, PMA i prezzi delle macchine e il CLUP è il costo del lavoro per unità di prodotto, ovvero il rapporto tra la variazione dei salari e il tasso di crescita della produttività. Se il CLUP cresce più dell’indice dei prezzi, le imprese, avendo un margine più basso di profitto, saranno costrette o a risparmiare lavoro, quindi aumenteranno gli investimenti labour saving, oppure a riorganizzare la manodopera all’interno dell’impresa. Così, se i salari crescono maggiormente rispetto ai prezzi dei macchinari le imprese preferiranno aumentare gli investimenti capitale intensive perché più convenienti rispetto a nuova manodopera, aumentando così la produttività. Il che d’altronde implica che se i salari non crescono adeguatamente rispetto ai prezzi delle macchine gli investimenti non vengono opportunamente stimolati, gli imprenditori andranno essenzialmente alla ricerca di rendite di posizione, e la competizione farà leva essenzialmente sulla moderazione salariale. Questo quadro rappresenta bene quello che è accaduto in Italia dal 1993 in poi (Tronti, 2005; Sylos Labini 2003; Tridico, 2013; Lucidi, 2006), in cui a fianco ad una modesta crescita dell’occupazione (tabella 1) e ad una forte moderazione salariale, si è avuta una dinamica negativa e stagnante della produttività.
In terzo luogo, i saldi dei flussi migratori nord-sud (tabella 2) sono notoriamente e di gran lunga positivi al nord, a dimostrazione del fatto che non è vero che i salari reali al nord siano più bassi rispetto al sud (almeno non quelli percepiti), perché altrimenti dovremmo osservare flussi migratori netti dal nord verso il sud, mentre dall’inizio del nuovo millennio il flusso migratorio quasi dal Mezzogiorno ha sfiorato i 2 milioni. Quasi 1 milione si è trasferito al nord, e tra questi la metà sono giovani.

Lo studio di Boeri e coautori si basa sul fatto che al nord il costo della vita sarebbe più alto rispetto al sud, mentre i salari monetari sono nel migliore dei casi solo di poco più alti, quindi i salari reali al nord sarebbero più bassi rispetto al sud. Anche l’affermazione che il costo della vita al nord è più alto rispetto al sud è molto controversa. Lo studio di Boeri e coautori approssima il costo della vita ad un indice che dipende dal prezzo delle case e degli affitti. Ora, sebbene il costo di un casa o di un affitto in una città come Milano o Roma, in  media, sia più alto rispetto allo stesso costo in una città del Mezzogiorno, tale indice non dice nulla rispetto alla variazione dei prezzi delle case all’interno delle stesse città, sia al nord che al sud. Come Franzini, Granaglia e Raitano argomentano, proprio rispondendo allo studio di Boeri e coautori, nel paper citato prima: “i differenziali interni ad ogni area sono enormi. Per fare solo qualche esempio, i valori massimi in alcuni quartieri di centro e periferia – in euro al metro quadro, nel 2015 – a Milano oscillano fra 9800 (Brera) e 2200 (Lambrate), a Torino fra 3100 (Castello) e 2000 (Mirafiori), a Roma fra 8400 (Aventino) e 2450 (Torre Maura), a Napoli fra 7700 (Posillipo) e 2150 (Secondigliano)”. Di fronte a queste differenze a rigore dovrebbe essere appropriato (ma evidentemente impossibile oltre che chiaramente regressivo) differenziare i salari nominali in base al quartiere di residenza piuttosto che alle due o tre macro-regioni italiane.

C’è un’altra questione. Il relativo sottosviluppo del sud rispetto al nord non è solo una questione di salari e redditi. Al di là della proxy del prezzo delle case, già di per se controversa, come abbiamo visto, al Sud il tenore di vita è drammaticamente compromesso dalla qualità e quantità dei servizi e delle infrastrutture pubbliche (ospedali, ferrovie, autostrade ecc.) e dal continuo sotto-investimento del sud rispetto al nord, sia pubblico (come testimonia Il Rapporto Svimez del 2017), sia privato come è evidente dai dati dell’Istat. Di conseguenza, se anche fosse vero che il costo della vita al nord sia più alto che al sud, tale differenza sarebbe oltremodo compensata da servizi e infrastrutture pubbliche, come rilevato in uno studio della Banca d’Italia (di Giovanni D’Alessio, QEF, n. 385/2017). Quest’ultimo studio dimostra che nel Mezzogiorno il benessere soggettivo, che dipende da diversi fattori socio-sanitari, dallo stato di salute individuale (e quindi dai servizi sanitari) oltre che reddito, è di gran lunga inferiore rispetto al Centro Nord (tabella 3).

Tale questione probabilmente è il principale disincentivo, insieme ad altri importanti fattori legati alla maggiore criminalità nel sud e alla minore efficienza delle amministrazioni pubbliche locali, che non permetterebbe, come gli autori dello studio invece si auspicano, che i salari più bassi al Sud sarebbero una attrazione per lo spostamento di imprese e investimenti privati dal Nord verso il Sud. A nostro parere quindi, piuttosto che abbassare i salari al sud, sarebbe assolutamente prioritario investire su quelle infrastrutture pubbliche e migliorare i servizi oltre che aggredire pesantemente la criminalità e migliorare l’efficienza di alcune amministrazioni locali.

Inoltre, sugli investimenti al Sud è importante ribadire che bisogna concretamente riprendere l’idea (e la policy) di destinare almeno il 34% degli investimenti pubblici nel Sud Italia, intendendo ovviamente con questo le risorse ordinarie (e non anche quelle dei fondi strutturali e dell’ex FAS oggi Fondo di sviluppo e coesione) che sono ferme al 28% (secondo l’analisi dello Svimez e i Conti Pubblici Territoriali, 2017), mentre l’incidenza della popolazione è del 34,4%. Questo principio richiederebbe secondo lo Svimez un aumento nel sud di circa 4,5 miliardi all’anno, che conclude così il Rapporto Mezzogiorno 2017: “Fondamentali due interventi al Sud: le Zone Economiche Speciali e la clausola del 34% sugli investimenti ordinari”.

Infine, viene quasi spontaneo ricordare una ulteriore questione, che in questo contesto sembra più che mai rilevante: ma se è vero come è vero che la produttività al nord è più alta che al sud, perché le imprese non alzano i salari al nord in sede di contrattazione secondaria, strumento disponibile e poco diffuso? Sulla diffusione della contrattazione secondaria andrebbe fatta una seria riflessione, dove potrebbe essere ripresa la mia proposta di “Patto per la Produttività Programmata” (Tridico 2014) nel quale organizzazioni datoriali, sindacati e governo dovrebbero fissare, ex ante, obiettivi di produttività e crescita degli investimenti, ai quali legare in modo stringente con incentivi e sanzioni reali, tutti i contraenti,  come anche altri economisti (Fadda, 2009; Ciccarone 2009; Messori 2012; Antonioli e Pini 2013; Ciccarone e Messori 2014) hanno sostenuto tra il 2009 e il 2014.


Riferimenti Bibliografici

Aiello Francesco, Vittorio Daniele e Carmelo Petraglia  (2018a) “Ma i contratti collettivi di lavoro andrebbero aboliti? Un commento”, Open Calabria, 15 Aprile 2018.

Aiello Francesco, Vittorio Daniele e Carmelo Petraglia  (2018b) “Livelli e dinamica della produttività e del costo del lavoro delle regioni italiane” Open Calabria, 11 Aprile 2018.

Antonioli Davide, Pini Paolo. (2013), “Contrattazione, dinamica salariale e produttività: ripensare gli obiettivi ed i metodi”, Quaderni di Rassegna Sindacale. vol.14, n.2.

Boeri Tito, Andrea Ichino, Enrico Moretti e Johanna Posch (2018) “Wage Rigidity and Spatial Misallocation: Evidence from Italy and Germany”, mimeo

Ciccarone Giuseppe. (2009), “Produttività programmata. Una proposta per la riforma della contrattazione e l’unità sindacale”, nelmerito.com, 24 aprile.

Ciccarone G., Messori M., (2014), “Per la produttività programmata”, Economia & Lavoro, Anno XLVII, n. 3, pp. 26-32.

D’Alessio Giovanni (2017), “Benessere, contesto socio-economico e differenze di prezzo: il divario tra Nord e Sud”. Quaderni di Economia e Finanza, n. 385/2017, Banca d’Italia.

Fadda Sebastiano (2009), “La riforma della contrattazione: un rischio e una proposta circa il secondo livello”, nelmerito.com, 19 giugno.

Franzini Maurizio, Elena Granaglia e Michele Raitano (2016), “Bisogna tagliare i salari nel Mezzogiorno per ragioni di equità e efficienza?” Menabò di Etica ed Economia N 47 del 2016. 

Lucidi Federico, (2006), “Is there a trade-off between labour flexibility and productivity growth? Preliminary evidence from Italian firms”, in Tindara Addabbo e Giovanni Solinas (a cura di) Non-Standard Employment and Quality of Work. The Case of Italy, 2012, pp 261-285 AIEL (Associazione Italiana Economisti del Lavoro) Series in Labour Economics.

Messori Marcello. (2012), “Problemi della produttività dell’economia italiana”, Roma, mimeo.

Rapporto Svimez 2017, sull’Economia del Mezzogiorno

Sylos Labini  (2003), Berlusconi e gli anticorpi, Laterza, Roma-Bari.

Sylos Labini, (1999), “The employment issues: investment, flexibility and the competition of developing countries” BNL Quarterly Review, 210, pp. 257-280

Tridico Pasquale (2014), “Produttività, contrattazione e salario di risultato: un confronto tra l’Italia e il resto d’Europa”, Economia e Lavoro, vol XLVIII, n 2, 2014, pp.147-170

Tridico Pasquale (2013) “The impact of the economic crisis on the EU labour market: a comparative perspective” in International Labour Review, Vol. 152, no. 2 2013 

Tronti Leonello, (2005), “Protocollo di luglio e crescita economica: l’occasione perduta”, Rivista Internazionale di Scienze Sociali, 113 (2), pp.345-370.

Pasquale Tridico

Pasquale Tridico

Pasquale Tridico è Professore associato di Politica Economica, con abilitazione da Professore ordinario dal 2013. Insegna Economia del Lavoro e Politica Economicapresso l’Università Roma Tre ed è titolare della cattedra Jean Monnet dell’Unione Europea in “Economic Growth and Welfare Systems”. Inoltre, è coordinatore del corso di Laurea Magistrale ‘Mercato del lavoro, relazioni industriali e sistemi di welfare’, e direttore del Master ‘Human Development and Food Security’. E’ stato Marie Curie Fellow presso la Sussex University e Fulbright Scholar presso la New York University. Si interessa di mercato del lavoro e disuguaglianza.
Pasquale Tridico