In questi giorni l’Istat ha pubblicato un nuovo rapporto sui divari territoriali, ma il quadro è sempre lo stesso. Il primo dato dell’Istat che balza all’occhio è il Pil pro-capite: nel Sud Italia è pari a 18,2mila euro, inferiore del 44,2% rispetto a quello del Centro-Nord, anche se alcune regioni del Mezzogiorno, come la Campania, hanno fatto molto bene nel 2017, raggiungendo una crescita del 2.4% e facendo da lepre al resto del paese, che pure è cresciuto in modo inusuale per i livelli degli ultimi anni.

È evidente che le cause del divario sono antiche e persistenti. Il tema è difficile da affrontare nel poco spazio a disposizione. Direi, in estrema sintesi, che la minore produttività del Mezzogiorno è il risultato di un forte ritardo infrastrutturale. Il Mezzogiorno avrebbe bisogno di investire in infrastrutture sia materiali che immateriali. Metterei tutti gli incentivi che si danno oggi al Mezzogiorno assieme per costruire grandi opere pubbliche di cui il Mezzogiorno ha bisogno.

Lascerei solo gli incentivi per salvare le industrie in crisi, ma ad una precisa condizione, quella individuata dal vice-ministro allo sviluppo economico, Teresa Bellanova. La vice-ministro ha previsto che i piani di salvataggio delle tante imprese in crisi sono approvati, con i relativi incentivi pubblici, solo se accoppiati ad innovazioni importanti della produzione. L’innovazione può salvare il Mezzogiorno. Le nuove tecnologie potrebbero anche essere una grande occasione. Mi piace che il governo e alcune regioni cerchino di salvare il salvabile della nostra industria e farla innovare piuttosto che chiuderla, poiché c’è comunque tanta cultura industriale anche nel sud che non va dispersa chiudendo le imprese troppo facilmente. Ho intitolato un mio saggio sui divari territoriali: Primum vivere, deinde philosophari.

Un altro dato interessante del rapporto ISTAT riguarda Milano e la sua provincia che sono risultati quelli con il livello di valore aggiunto per abitante più elevato, pari a 45,7mila euro, seguita da Bolzano con 37,4mila. Milano si riconferma la locomotiva d’Italia.. Questa immagine è più che mai viva ed attuale. Milano raccoglie oltre il 90% degli investimenti dall’estero; è sede di importanti istituzioni finanziarie; ospita la parte più vitale dell’industria italiana che resta una delle più importanti in Europa e nel mondo, nonostante la crisi recente e i profondi processi di ristrutturazione e conseguente delocalizzazione di importanti fasi della produzione.

Credo e spero che gli industriali lombardi stiano un po’ cambiando. Non sono più quelli di una volta tutti proiettati nelle loro imprese. Lo si vede camminando per le strade di Milano: le luci illuminano i profili dei palazzi mostrando una città elegante e bella oltre che operosa. I milanesi ora capiscono l’importanza del bello oltre che del produttivo: la bellezza è un asset importante del Bel Paese. Spero che gli industriali milanesi comprendano anche l’importanza di svolgere un ruolo di propulsione all’innovazione e allo sviluppo dell’intero paese. Credo che Milano e la Lombardia si debbano liberare di un’idea che non porta molto lontano per cui bisogna solo essere proiettati verso se stessi. Promuovere lo sviluppo del paese aiuta anche l’industria lombarda. L’esito del  referendum promosso di recente dalla Lega Nord mi sembra abbia dimostrato che qualcosa sta cambiando nella filosofia dei lombardi.

La Calabria vanta tre tristi primati: è prima per economia illegale e sommersa, ultima sia per occupazione, sia per reddito da lavoro per occupato dipendente. Purtroppo mercato grigio e nero sono ancora la spina dorsale del Mezzogiorno, ma da meridionale ho la sensazione che oggi nessuno più consideri la mafia invincibile. Ci sono tanti segni: gli arresti di tutti i mafiosi più noti e le continue rivolte delle imprese sane e dei cittadini contro estorsioni e malavita. Questi cittadini che hanno il coraggio di ribellarsi vanno sostenuti con ogni mezzo. Da loro dipende la crescita civile e morale del Mezzogiorno.

Inoltre, credo che bisognerebbe investire per portare tutti i bambini del sud a scuola per sottrarli alla illegalità. In alcuni miei articoli ho lanciato la proposta di una borsa di studio mensile, anche di 100 euro, per i bambini che frequentano la scuola. Ancora purtroppo nelle regioni meridionali poco meno del 20% di ogni coorte di bambini non va alla scuola dell’obbligo e non ha poi altra scelta che offrire il proprio lavoro e anche la propria vita al malaffare a buon mercato. Gli arresti da soli non bastano. Ci vogliono nuovi simboli. La lotta all’evasione scolastica dovrebbe essere l’obiettivo numero uno di tutte le autorità pubbliche del Mezzogiorno e si fa con incentivi economici, anche piccoli, non con i divieti.

Dell’innovazione ho parlato prima. Questa di una borsa di studio contro l’abbonano scolastico per i bambini appartenenti alle famiglie più povere potrebbe essere una proposta semplice, ma al contempo importante per il Mezzogiorno, anche dal punto di vista simbolico. Lo Stato che torna ad avere un volto amico per i più deboli, ad aiutarli, ma in cambio di qualcosa, della loro consapevolezza e del loro senso di responsabilità. Sarebbe la salvezza per il paese e per quei giovani lasciati a se stessi.

Per cercare di colmare il divario ancora persistente tra Nord e Sud Italia, Il prossimo governo dovrebbe tornare a chiedere all’Europa più flessibilità per grandi progetti di investimento e di infrastrutturazione sia materiale che immateriale. Il Mezzogiorno ha bisogno, in primo luogo, di essere messo alla pari delle altre regioni, ma anche degli altri paesi più avanzati in Europa in termini di investimenti pubblici. Ne ha bisogno tutto il paese. L’alta velocità non può fermarsi a Salerno.

Poi il Mezzogiorno ha bisogno di innovazione, ma non calata dall’alto, bensì di una cultura dell’innovazione diffusa nella popolazione. L’innovazione è creatività e di creatività i meridionali ne hanno tanta. Occorre solo saperla indirizzare nella direzione giusta. Mi piacciono alcuni aspetti del piano industria 4.0, laddove si parla di istituti tecnici superiori, dottorati industriali, integrazione fra istituzioni scolastiche ed universitarie, da un lato, e mondo del lavoro dall’altro. L’innovazione nasce dal connubio fra conoscenze teoriche e competenze formate sul posto di lavoro. Questo serve non solo al Nord, ma anche al Mezzogiorno.

 

 

Francesco Pastore

Francesco Pastore

Francesco Pastore è nato a Napoli il 6 giugno 1966. Professore di economia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, si è occupato di diversi temi di ricerca. Potete trovare facilmente le sue numerose pubblicazioni scientifiche in uno dei siti accademici che si trovano sul web. È research fellow dell’IZA (Institute of Labor Economics) di Bonn e country lead del GLO (Global Labor Organization), di cui guida il cluster sui temi della transizione scuola lavoro. Giornalista pubblicista dal 1992, ama affrontare temi di grande attualità in articoli provocatori che hanno quasi sempre un forte seguito sui social media. È autore di oltre cento editoriali pubblicati su lavoce.info, social-europe.eu, nelmerito.com, ingenere.it ed altri magazine online, spesso rilanciati da diversi quotidiani, fra cui Il Fatto Quotidiano, presso il quale tiene un blog molto seguito
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