Com’è ben noto (si veda l’articolo “L’invecchiamento demografico in Calabria”), la Calabria è una regione fortemente interessata dal processo di invecchiamento demografico. Il fenomeno manifesta tutti i suoi effetti negativi in particolare quando agisce in concomitanza con altri fenomeni, quali lo spopolamento e il malessere demografico.

Spopolamento e malessere demografico in Calabria Con riferimento ai contesti geograficamente più piccoli (i comuni), è stata avviata già da anni una riflessione sull’esistenza o meno di «[…] una soglia di malessere demografico o di alterazione della struttura che possa indurre sia gravi conseguenze biodemografiche (soprattutto nel fare elevare molto al di sopra di uno il rapporto fra morti e nascite), sia condizioni di malessere economico, sociale, culturale e psicologico; che possa quindi instaurare un circolo vizioso che si autoalimenti fino ad un punto di non ritorno e possa quindi portare […] alla scomparsa dell’aggregato demografico» (Golini et al. 2000, p. 17). Il malessere demografico viene classificato con riferimento ad una crescita della popolazione intorno allo zero, stabilendo delle soglie relative al tasso d’incremento naturale intorno al ±2‰ (ibidem, 2000, p. 21): si parla di malessere demografico forte (se il tasso di incremento naturale  – TIN – è inferiore al -10‰), intenso (TIN compreso tra -10 e -5‰), moderato (TIN tra -5 e -2‰), aree a crescita zero (TIN tra -2 e +2‰), aree con vitalità moderata (TIN tra +2 e +5‰) o con vitalità intensa (TIN superiore a +5‰).

Analizzando il valore medio del TIN (Tabella 1) nell’ultimo intervallo censuario (2002-2011), è possibile rilevare che, secondo la classificazione di malessere appena proposta, solo la provincia di Crotone ha presentato una condizione di vitalità moderata, mentre le altre province di classificano come aree a crescita zero. Negli ultimi dieci anni, comunque, la dinamica complessiva della crescita, espressa dal tasso di incremento totale (TIT), è negativa in tutte le province tranne, in quella cosentina che ancora beneficia di un saldo migratorio positivo. Se si concentra l’attenzione sull’ultimo anno considerato, è possibile rilevare che tutte le province, ad esclusione di Crotone, hanno mostrato una dinamica naturale negativa, con valore minimo nella provincia di Cosenza (-0,53‰). In relazione al valore dell’incremento migratorio (TIM), invece, i valori più bassi nel 2011 si registrano a Vibo Valentia (-0,35‰), Crotone (-0,27‰) e Reggio Calabria (-0,01‰), mentre Catanzaro, e ancor di più Cosenza, sono aree che denotano una dinamica migratoria leggermente positiva. Complessivamente, quindi, si può osservare che le province calabresi si connotano per una scarsa attrattività migratoria e sono, al contempo, caratterizzate da forti flussi emigratori in uscita.

Un sguardo al futuro La situazione della Calabria in futuro non è destinata a migliorare: secondo le proiezioni dell’Istat (Tabella 2), il tasso di incremento totale diminuirà progressivamente nei prossimi anni per effetto del perdurare della negatività in termini di dinamica naturale e di una dinamica migratoria che, molto verosimilmente, continuerà a non essere favorevole per la regione.

Chiaramente, tale situazione si tradurrà in un ulteriore aumento dei livelli di invecchiamento demografico. L’età media della popolazione, ad esempio, dovrebbe crescere dai 44,8 anni del 2020 ai 51,9 del 2060. Si tratta di un valore più alto di quello previsto per l’Italia nel suo complesso dovuto, oltre che all’andamento della fecondità, anche al fatto che la Calabria non avrà flussi di popolazione immigrata nelle età centrali in grado di “rinvigorirla” dal punto di vista demografico, come presumibilmente avverrà nelle aree settentrionali (e in parte centrali) del paese. Tutti gli indici di struttura peggioreranno: l’indice di vecchiaia (numero di anziani per 100 giovanissimi) raggiungerà, addirittura, il 327,7% (a fronte del più contenuto, ma comunque elevato, 262,7% italiano). Un inverno demografico, dunque, che colpirà inesorabilmente la Calabria, portando soprattutto alla scomparsa di piccoli comuni e aree marginali, alla “mancata fioritura” di intere generazioni di giovani calabresi, alla creazione di una frattura generazionale basata su numeri schiaccianti e incontrovertibili.

Quali implicazioni di policy? Come mostrato, la Calabria è fortemente interessata dal processo di invecchiamento demografico in atto nel nostro paese. Tuttavia, la situazione calabrese è comparativamente più drammatica rispetto a quella delle aree più ricche del paese per una serie di ragioni. Da una parte, hanno ripreso vigore (e in alcuni specifici contesti provinciali e comunali della Calabria non si erano mai affievolite) le dinamiche emigratorie che, come noto, interessano soprattutto la popolazione giovane-adulta e più istruita, determinando un’ulteriore erosione della popolazione nelle età centrali e acuendo, appunto, dal centro della struttura demografica, il problema dell’invecchiamento e dell’insostenibilità socio-economica che ne deriva. Dall’altro, bisogna considerare che la Calabria è scarsamente attrattiva per gli immigrati stranieri, che notoriamente si dirigono verso le aree che offrono maggiori opportunità occupazionali, rendendo la regione marginale anche rispetto ai flussi migratori attuali. Quindi, l’effetto palliativo della presenza straniera, che nelle regioni del Nord ha parzialmente consentito – e ancora consentirà in futuro – di mitigare gli effetti immediati dell’invecchiamento demografico (Stranges, 2007), è inesistente in Calabria.

Il complesso di interazioni che lega il deficit demografico (malessere) e lo spopolamento determina numerosissime ripercussioni negative, perfino in termini di degrado ambientale a livello di singoli sistemi socio-territoriali (Fous-Pujiol, Higueras-Arnal 2000; Golini et al., 2000). In particolare, i piccoli comuni e le aree marginali (ad esempio, i comuni montani, quelli più isolati, ecc.) saranno vittime della spirale negativa, difficilmente contrastabile, che si ingenera dalla combinazione di invecchiamento, malessere e spopolamento. Infatti, tali comuni, che offrono le minori opportunità sociali ed economiche, sono anche quelli caratterizzati da bassi tassi di natalità. Come reso evidente dalla recente inversione della geografia della fecondità italiana, i figli si mettono al mondo soprattutto nei contesti più ricchi, caratterizzati da maggiore occupazione femminile (e, quindi, da doppio reddito all’interno delle famiglie) e da una maggiore presenza di strutture per il sostegno alla genitorialità. I giovani, pertanto, preferiscono abbandonare la Calabria, emigrare alla ricerca di luoghi migliori (per potenzialità occupazionali, disponibilità di dotazioni e servizi, prossimità ai centri più grandi, ecc.) dove provare a realizzare i propri progetti lavorativi e familiari. Se i giovani emigrano, i piccoli comuni si spopolano e restano abitati prevalentemente da anziani. Tale spopolamento produce una sorta di disimpegno sociale ed istituzionale, caratterizzato da una riduzione dell’investimento pubblico e privato, che spesso si traduce in uno stato di abbandono e di degrado sociale ed ambientale, che causa ulteriore emigrazione. La spirale negativa, dunque, continua ad alimentarsi.

Le azioni volte a rompere tale spirale negativa dovranno essere in grado di cogliere le mutue interconnessioni tra fenomeni demografici e sociali apparentemente sconnessi tra loro e di gettare le basi – anche in Calabria – per una società multigenerazionale. Occorre agire a 360 gradi: non solo misure volte alla gestione dell’aumento del numero di anziani presenti nella regione, ma anche misure per il sostegno alla maternità (e, più in generale, alla genitorialità), misure per arginare l’emigrazione giovanile, misure per il recupero economico, sociale ed architettonico della aree marginali abbandonate e dei centri storici, ecc.  È indubbio che l’invecchiamento demografico compromette uno sviluppo basato sull’equità intragenerazionale e intergenerazionale. Le conseguenze maggiori saranno avvertite proprio nei contesti economicamente deboli, caratterizzati da sistemi di welfare locale inefficienti e inefficaci, talvolta inesistenti, come la Calabria. Se il processo di invecchiamento continuerà (e non ci sono attualmente segnali di un’inversione di tendenza) i rischi economici e sociali per la nostra regione sono enormi.

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Bibliografia

Fous Pujol M.C., Higueras Arnal H. (2000). Does a demographic deficit exist?, Applied Geography, 20, 3, pp. 243-253.
Golini A., Mussino A., Savioli M. (2000). Il malessere demografico in Italia. Una ricerca sui comuni italiani. Il Mulino, Bologna.
Istat (2011). Previsioni della popolazione al 1° gennaio 2011-2065. http://demo.istat.it/uniprev2011/index.html
Istat (2002-2011). Bilancio demografico. http://demo.istat.it
Stranges M. (2007). Immigration as a remedy for population decline? An overview for the European countries, European Papers on the New Welfare, n°8, Risk Institute, Geneve-Trieste, pp. 179-190.

Manuela Stranges

Manuela Stranges

Manuela Stranges è Ricercatrice Universitaria di Demografia presso il Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza dell'Università della Calabria. Dal 2014 è Coordinatrice Vicaria dei corsi di studio in Statistica.
Le sue ricerche attuali riguardano i comportamenti economici, demografici e sociali degli stranieri, l'immigrazione irregolare e i rifugiati, la felicità e il benessere degli stranieri, la trasmissione intergenerazionale. In passato si è occupata anche di invecchiamento demografico, famiglia, povertà ed esclusione sociale e ha condotto studi nel campo dell'Applied Demography e della Demografia Storica. È stata ed è attualmente componente di diversi gruppi di ricerca locali e nazionali su tematiche demografiche, anche con funzioni di Coordinatrice o Responsabile Scientifico. Fa parte della Redazione di OpenCalabria da mese di Ottobre 2015.
Manuela Stranges