Nel 2024 l’economia calabrese produce ancora circa il 12% in meno rispetto al 2007. Ma c’è un aspetto ancora più significativo che emerge dalla recente ricostruzione dell’ISTAT: il livello del PIL regionale è sostanzialmente quello del 1996-1997. Significa che, dopo trent’anni, il volume complessivo della produzione regionale è rimasto sostanzialmente invariato. Non siamo, quindi, soltanto di fronte agli effetti di una successione di crisi economiche. Le recessioni hanno certamente inciso, ma il problema è che, anche quando le condizioni macroeconomiche migliorano, l’economia regionale fatica a recuperare quanto ha perduto. Le fasi favorevoli non riescono a imprimere una spinta sufficientemente duratura alla crescita.
La ragione principale di questa difficoltà va ricercata nella persistenza delle caratteristiche del sistema produttivo. Continuiamo ad avere un’economia caratterizzata da una base industriale molto debole, da imprese prevalentemente piccole e da attività spesso rivolte alla domanda locale. È un sistema che fatica a generare nuove attività, accrescere la produttività e creare opportunità di lavoro qualificato. Senza una sua trasformazione, anche le riprese legate a congiunture favorevoli rischiano di essere deboli e temporanee, senza avviare percorsi di sviluppo duraturo.
Una delle manifestazioni più evidenti di questa debolezza strutturale emerge dalla composizione settoriale dell’occupazione. La nuova ricostruzione ISTAT dei dati regionali mostra che nel 2024 la quota degli occupati nei servizi in Calabria è ormai sostanzialmente allineata a quella nazionale. Ma questa similitudine nasconde strutture produttive profondamente differenti. In Calabria l’industria occupa poco più del 15% dei lavoratori, quasi dieci punti percentuali meno della media italiana. Se consideriamo soltanto il settore manifatturiero, la distanza risulta ancora più marcata. Si è in presenza di un’economia nella quale il settore terziario genera oltre l’80% del valore aggiunto regionale. Il punto, però, è che non tutte le economie terziarizzate sono uguali. Nelle economie avanzate, una parte importante dei servizi è costituita da attività ad alta produttività e intensità di conoscenza: informatica, ricerca, progettazione, consulenza tecnologica, servizi avanzati alle imprese. Sono attività che spesso crescono insieme all’industria, ne sostengono l’innovazione e competono sui mercati internazionali.
In Calabria, invece, la composizione del terziario riflette anche la debolezza della base industriale. È il fenomeno definito falsa terziarizzazione: abbiamo raggiunto una composizione dell’occupazione e del valore aggiunto apparentemente simile a quella delle economie più sviluppate, senza averne costruito la stessa capacità produttiva. Il problema, dunque, non è l’elevato peso dei servizi in sé, ma la loro composizione e il rapporto con le altre attività economiche. Per tali ragioni, è ragionevole dire che diventa necessario sviluppare un sistema nel quale manifattura, servizi avanzati, ricerca e innovazione si rafforzino reciprocamente. La modernizzazione dell’economia dipende dalla qualità e dai collegamenti tra le attività produttive, non semplicemente dalla quota di occupati nel terziario.
Le conseguenze di questa fragilità produttiva, tuttavia, non si esauriscono nei risultati economici. Si riflettono anche sulla dinamica demografica, perché la scarsità di opportunità di lavoro e di crescita professionale contribuisce ad alimentare l’emigrazione, soprattutto giovanile. I nuovi dati dell’ISTAT mostrano che la Calabria aveva oltre due milioni di residenti nel 1951, mentre nel 2024 ne conta poco più di 1,8 milioni. È una perdita di popolazione che affonda le radici nei persistenti flussi migratori in uscita, alimentati anche dalla difficoltà dell’economia regionale di offrire opportunità di lavoro e prospettive di vita adeguate.
Oggi lo spopolamento assume caratteristiche ancora più preoccupanti. L’emigrazione, soprattutto quella giovanile, non determina soltanto una perdita immediata di popolazione, ma contribuisce anche alla riduzione delle nascite. Allo stesso tempo, la partenza dei giovani impoverisce il territorio di competenze e capitale umano, indebolendo ulteriormente le possibilità di crescita dell’economia regionale. Invertire questa tendenza è ancora possibile, ma richiede realismo sui tempi e sulle condizioni necessarie.
Ridurre l’emigrazione giovanile avrebbe effetti positivi non soltanto sulla popolazione residente, ma anche sulle nascite e sulle prospettive economiche della regione. Tuttavia, dopo decenni di spopolamento e invecchiamento, un’inversione della tendenza demografica richiederebbe tempo. Per questo, la priorità è creare opportunità di lavoro e prospettive di vita che inducano i giovani a restare, favoriscano il ritorno di chi è partito e attraggano nuovi residenti.
In questa direzione, l’immigrazione dall’estero può contribuire a contrastare lo spopolamento, a condizione che all’accoglienza seguano effettive opportunità di integrazione. L’accoglienza è il primo passo; l’integrazione richiede che le persone possano lavorare, accedere ai servizi, costruire relazioni sociali e progettare stabilmente il proprio futuro nel territorio. Non basta, quindi, che nuovi residenti arrivino in Calabria. Devono trovare ragioni concrete per restarvi. Senza un sistema produttivo capace di offrire opportunità di lavoro e reddito, anche l’immigrazione rischia di diventare un fenomeno di passaggio, anziché contribuire stabilmente alla vita economica e sociale della regione.
Da quanto detto, abbiamo individuato un circolo vizioso: la debolezza del sistema produttivo alimenta l’emigrazione, soprattutto giovanile, che sottrae al territorio competenze e capitale umano. Questa perdita indebolisce ulteriormente le capacità di crescita dell’economia regionale, contribuendo a generare nuove spinte all’emigrazione. Potremmo dire che la Calabria è intrappolata in un equilibrio di bassa crescita, bassa produttività, bassi salari e occupazione mediamente poco qualificata. Non è un destino inevitabile, ma neppure un processo che possiamo contrastare con misure occasionali. Una trasformazione di questo tipo non può essere affidata esclusivamente alle decisioni delle singole imprese. Richiede anche un intervento pubblico capace di incidere sulle condizioni che rendono possibili gli investimenti e l’innovazione. La questione, allora, non è soltanto quanto Stato abbiamo, ma che cosa fa lo Stato. Possiamo avere un intervento pubblico molto esteso nella distribuzione delle risorse e, contemporaneamente, insufficiente o inefficace nella creazione delle condizioni necessarie allo sviluppo. È proprio su queste condizioni che dovrebbe concentrarsi una seria politica pubblica: qualità dell’istruzione e della ricerca, infrastrutture, efficienza amministrativa e capacità delle istituzioni di programmare e valutare gli interventi. Sono fattori fondamentali per consentire alle imprese di investire, innovare e crescere. Il settore pubblico deve contribuire allo sviluppo di competenze, conoscenze e risorse che le singole imprese non sono necessariamente in grado di generare autonomamente. Questo significa anche interrogarsi sull’efficacia della spesa pubblica. Occorre certamente contrastare gli sprechi e le inefficienze della pubblica amministrazione, ma anche ripensare gli incentivi che si limitano a sostenere attività già esistenti senza modificarne le prospettive. Non tutti gli incentivi sono inutili, naturalmente. La questione è verificare se producono investimenti aggiuntivi, innovazione, crescita dimensionale delle imprese e nuove opportunità produttive.
Una politica può distribuire risorse e preservare la ricchezza esistente senza contribuire significativamente alla creazione di nuove opportunità di crescita. È questa la distinzione che dovrebbe orientare la valutazione degli interventi pubblici.
Non si tratta, quindi, di proporre tagli indiscriminati, ma un cambiamento delle priorità, una revisione selettiva della spesa e dei criteri di valutazione. Il successo di una politica pubblica non dovrebbe essere misurato da quanto riesce a spendere, ma dai cambiamenti economici e sociali che riesce a produrre. È in questa prospettiva che la Calabria ha bisogno di una vera terapia d’urto. Non di interventi improvvisati, ma di una discontinuità radicale nelle priorità. Da troppo tempo cerchiamo di correggere gli effetti di una struttura produttiva debole senza intervenire abbastanza sulle cause che la rendono persistente.
La prima priorità è una riforma profonda del sistema formativo, che rientra nelle competenze del Governo nazionale. La questione, del resto, non riguarda soltanto la Calabria: le difficoltà di crescita della nostra regione sono particolarmente gravi, ma si inseriscono in un quadro di debolezza economica che interessa l’intero Paese. Dobbiamo migliorare la qualità della scuola fin dai primi anni, rivedere i meccanismi di reclutamento degli insegnanti, valorizzarne il merito e prevedere retribuzioni più elevate, rafforzando al tempo stesso le competenze fondamentali degli studenti. Andrebbe valutata anche la possibilità di introdurre un primo biennio comune nella scuola secondaria superiore, per consolidare le competenze trasversali e rinviare parte della specializzazione al triennio successivo. In Calabria come nel resto d’Italia, una scuola migliore non è soltanto una politica sociale: è un investimento nella produttività futura dell’economia.
La seconda priorità è rafforzare il rapporto tra ricerca e sistema produttivo. Nonostante i tanti proclami, il trasferimento tecnologico dalle università e dai centri di ricerca alle imprese calabresi è ancora in una fase embrionale. Il problema riguarda entrambi i versanti: la ricerca produce spesso conoscenze complesse, non immediatamente traducibili in applicazioni economiche, mentre molte imprese non dispongono delle competenze e delle risorse necessarie per assorbirle e utilizzarle. Il trasferimento tecnologico non si realizza semplicemente mettendo in contatto università e imprese: richiede investimenti, competenze specialistiche e una collaborazione continuativa tra chi produce conoscenza e chi può trasformarla in innovazione.
Le prime due priorità — formazione e ricerca — creano le condizioni per affrontare la terza: la trasformazione del sistema produttivo. Con un sistema regionale della ricerca più efficace e una maggiore disponibilità di capitale umano qualificato, questo obiettivo può diventare più credibile e concretamente perseguibile. Occorre favorire la crescita delle imprese, l’innovazione e la formazione di nuove filiere. Non basta finanziare un investimento isolato: dobbiamo creare le condizioni perché quell’investimento ne generi altri, attivi nuovi fornitori, richieda competenze qualificate e rafforzi i collegamenti tra settori. L’agroindustria calabrese offre un esempio concreto delle opportunità di crescita delle imprese e di sviluppo di nuove filiere produttive.
L’attuazione di queste priorità richiede il coinvolgimento di soggetti diversi: il Governo nazionale, per le riforme della scuola e le politiche generali della ricerca; la Regione, per attivare politiche di sviluppo complementari a quelle centrali e contribuire al coordinamento degli interventi; ma anche le imprese, i sindacati, le università e le altre istituzioni intermedie. Il punto decisivo è che questi soggetti condividano una strategia di sviluppo di medio-lungo periodo, con priorità chiare, responsabilità definite e obiettivi verificabili. Senza questa visione comune, gli interventi continueranno a essere frammentati e prevalentemente orientati a fronteggiare le emergenze, anziché a modificare le condizioni strutturali che le producono.
Su questo aspetto occorre essere chiari. Le organizzazioni economiche e sociali non possono limitarsi a chiedere finanziamenti, difendere attività esistenti o gestire le conseguenze delle crisi. Devono assumere un ruolo attivo nell’individuazione delle priorità di sviluppo e impegnarsi concretamente nella loro realizzazione, superando una logica prevalentemente difensiva e di breve periodo.
La sfida, dunque, non è soltanto individuare le priorità, ma costruire le condizioni e assumere le responsabilità necessarie per realizzarle. Solo così sarà possibile interrompere il circolo vizioso tra stagnazione economica e declino demografico. Senza una radicale trasformazione del sistema produttivo, la Calabria continuerà a perdere giovani, competenze e opportunità di sviluppo. Perché il problema dei problemi è un’economia che non riesce a creare abbastanza futuro per chi ci vive.
Nota: Questo articolo costituisce una rielaborazione e un approfondimento dell’intervista rilasciata dall’autore a Franco Laratta per LaC News24 (26 ottobre 2026).
