Non sono un esperto di criminalità organizzata. Ma ho letto, ascoltato, osservato e, soprattutto, mi sono lasciato attraversare dal sospetto che, in Calabria, nulla accada davvero per caso. Nemmeno gli incendi.
Ogni estate tornano con puntualità inquietante, come una tassa sul futuro: ettari di boschi in fumo, colline ridotte in cenere, santuari sfiorati dalle fiamme – come nel recente caso del bellissimo Santuario della Madonna della Catena – e comunità costrette a respirare paura. E intanto, il solito copione: indignazione di facciata, emergenze annunciate, silenzi imbarazzanti.
Ma dietro questa apparente ciclicità – quasi fosse un “destino mediterraneo” – si cela una strategia consolidata, che usa il fuoco non solo per distruggere, ma per comunicare. Un linguaggio preciso, calcolato, deliberato.
Perché gli inferni verdi in Calabria? Non per il caldo. Non solo per incuria. Non sempre per follia isolata. Il rogo è una firma. Un messaggio. Un segnale. Un’operazione speculativa. Serve a riscrivere la geografia locale, orientare decisioni politiche, alterare gli equilibri economici. Dietro le fiamme si celano interessi freddamente calcolati: uso del suolo, gestione dei boschi, appalti di bonifica, nuove occasioni di sfruttamento “legale” della distruzione.
In una regione dove l’economia sana è fragile e quella mafiosa pervasiva, il fuoco diventa uno strumento di dominio. I clan lo impiegano sistematicamente per affermare il proprio interesse predatorio. E sappiamo bene – senza bisogno di scomodare le inchieste – chi comanda dove.
Il rogo è un atto di potere. La ’ndrangheta – non solo imprenditrice, ma regista spietata della devastazione ambientale – impone la sua legge con ferocia organizzata. Ogni ettaro bruciato è una sentenza: punizione per chi si oppone, avvertimento per chi esita. Le cosche si dividono le colline come si spartiscono gli appalti. Non sono semplici bande: sono poteri radicati, da colpire con la stessa durezza con cui devastano paesaggio, economia, democrazia.
Gli incendi sono strumenti di un preciso modello di sottosviluppo. Nascono dove mancano vigilanza democratica, presenza istituzionale, coesione sociale. Le mafie non operano nel vuoto: prosperano negli interstizi in cui la legalità è percepita come estranea, lo Stato come assente, la comunità come dispersa. La combustione diventa una leva di controllo. Una tecnica per cancellare, occupare, riscrivere.
Le conseguenze sono devastanti: non solo ambientali – già gravissime – ma anche sociali. Crolla la fiducia, si lacera il tessuto comunitario, si normalizza il disastro. E dove tutto arde, si spegne anche la speranza.
Non servono più “piani straordinari”. Serve una visione quotidiana ma radicale, capace di disinnescare le dinamiche perverse che rendono la distruzione un affare.
Bisogna sottrarre spazio all’illegalità con investimenti veri nella cura dei paesaggi, nella gestione condivisa dei beni naturali, in una presenza dello Stato che sia davvero efficace: repressiva, ma anche ricostruttiva.
Serve un cambio di passo.
Le aree colpite sono, in teoria, sottoposte a vincoli temporanei (fino a 15 anni per il cambio di destinazione d’uso, 10 per nuove edificazioni, 5 per progetti di riforestazione). Ma manca un sistema stabile che impedisca, nei fatti, l’uso speculativo di quei suoli. E laddove intervengono cooperative, servono bandi trasparenti, criteri rigorosi e vigilanza civica.
E allora propongo: istituire una Commissione indipendente di sorveglianza ambientale, composta da magistrati, esperti, rappresentanti delle università, del terzo settore. Un organismo autonomo e incorruttibile, dotato di poteri ispettivi e obbligato a pubblicare ogni anno una relazione trasparente.
È urgente anche vigilare sull’uso dei fondi pubblici destinati a riforestazione e bonifica. Se non si spezza questa logica perversa, i roghi continueranno a essere un’occasione per chi lucra sulla sofferenza dei territori.
Anche dove le terre sono già affidate a soggetti del terzo settore per attività di prevenzione e recupero, occorre garantire massima trasparenza. I bandi – in particolare quelli regionali – vanno monitorati per evitare che si trasformino in nuovi strumenti di favoritismo e opacità.
Ma serve soprattutto un cambio di paradigma: riconoscere che la tutela dell’ambiente è giustizia sociale. Investire nella manutenzione costante, nella formazione ecologica delle nuove generazioni, nella valorizzazione partecipata dei beni comuni è un modo concreto per spezzare il patto oscuro tra abbandono e criminalità.
Non possiamo più usare il linguaggio della prudenza davanti a chi, con l’inferno, ridisegna la geografia del crimine.
Le ’ndrine sono nemiche della vita, della bellezza, del futuro.
Fingere che si tratti solo di “emergenze ambientali” è ipocrisia: si tratta di veri e propri atti di guerra contro il popolo calabrese.
Non bastano parole. Non bastano leggi scritte e mai applicate. Serve una rivolta morale e civile, una mobilitazione costante che dica con chiarezza: il paesaggio che brucia racconta la mappa del potere mafioso.
Chi difende i boschi, difende la libertà.
Il fuoco non è soltanto una tragedia: è un messaggio da decifrare. E chi lo scrive, lo conosciamo tutti.
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