C’è un equivoco che ha accompagnato il PNRR fin dall’inizio: scambiarlo per una “pioggia di denaro” e, quindi, giudicarlo con un metro quasi contabile (“quanto spendiamo?”), invece che con un metro da politica economica (“che cosa cambia davvero?”).
Il volume Il PNRR dell’Italia Metodi e strumenti per politiche economiche possibili curato da Pierciro Galeone e Walter Tortorella, con la Presentazione del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e la Prefazione del Presidente della Fondazione IFEL Alessandro Canelli, prova a rimettere l’asse al posto giusto: il Piano come esperienza di governo, come stress-test della capacità pubblica e come tentativo (non garantito) di trasformare risorse straordinarie in crescita e sviluppo, cioè in outcome e non soltanto in output. La traccia è già chiara nelle “bandelle”: il PNRR viene letto come una “palestra” che ha costretto istituzioni e decisori a misurarsi con vincoli, conflitti e capacità amministrativa.
La parte più convincente del libro è la scelta di prendere sul serio il DNA europeo del PNRR: non un fondo tradizionale, ma un programma performance-based, costruito attorno a milestone e target, con erogazioni legate al raggiungimento di risultati verificabili. È un cambio di paradigma rilevante per l’Italia, abituata a politiche dove spesso l’atto (il bando, la delibera, il protocollo) finisce per contare più dell’effetto. Nelle pagine del volume emerge bene l’idea del salto: il PNRR come passaggio a un “contratto di performance” che spinge la PA a misurare e rendicontare ciò che produce, e non soltanto ciò che autorizza.
Ma la lettura più interessante ci appare quella economica. Il PNRR nasce in un contesto di debito comune europeo e combina sovvenzioni e prestiti; per l’Italia vale 194,4 miliardi, di cui 71,8 in sovvenzioni (34%). Questo significa due cose: da un lato la dimensione macro è reale (un’iniezione di investimenti pubblici in un’economia che da anni investe poco); dall’altro, proprio perché è un programma “a risultati”, la domanda decisiva non è “quanto entra”, ma “quanto si traduce in produttività, servizi, capitale umano, capacità amministrativa, e dunque crescita potenziale”. Ed è qui che il libro centra il bersaglio grosso: mette in primo piano la frizione classica tra output (realizzazioni fisiche, spesa, avanzamenti procedurali) e outcome (impatti sul benessere, sulla competitività, sulle disuguaglianze), ricordando che sono due mondi solo apparentemente vicini.
Questa distinzione aiuta anche a leggere un fatto che molti osservatori avvertono “a pelle”: nel breve periodo il PNRR ha contribuito ad alimentare un clima di fiducia (aspettative, pipeline di investimenti, narrativa di ripartenza), ma la crescita del PIL italiano resta modesta, da “0 virgola”. L’Istat indica per il 2024 un +0,7% e prevede +0,5% nel 2025 e +0,8% nel 2026: numeri che non raccontano una svolta, ma una resilienza a bassa velocità. Anche la Banca d’Italia colloca la crescita attorno allo 0,6% nel 2025 e nel 2026. La Commissione europea, nelle previsioni autunnali 2025, descrive un 2025 debole (0,4%) e una ripresa successiva sostenuta quasi solo dagli investimenti finanziati dal RRF. Il punto non è contraddire l’idea di fiducia: è precisarla. La fiducia è condizione necessaria (spinge investimenti, riduce attese negative), ma non è sufficiente se il sistema non converte rapidamente spesa e cantieri in produttività e servizi migliori. E in Italia questa conversione è storicamente lenta e non sembra che il PNRR gli abbia dato una spinta decisiva e non estemporanea.
Il volume non cade nel tranello di attribuire tutto a un unico colpevole. Al contrario, insiste su una parola che dovrebbe entrare stabilmente nel lessico PNRR: capacità. Capacità di progettare, di acquistare (procurement), di eseguire, di monitorare, di gestire la manutenzione e la spesa corrente che segue agli investimenti. Nelle pagine di lavoro, ad esempio, emerge bene come l’impianto del PNRR sia centralizzato nella definizione degli obiettivi, ma – per forza di cose – decentrato nell’attuazione, con una complessità “a rete” che richiede coordinamento multilivello e strumenti di accompagnamento. E qui arriva una delle osservazioni più pratiche: ad esempio, la domanda dei Comuni non è “scorciatoie”, ma chiarezza, responsabilità e margini per decidere; l’uniformità automatica non è sempre equità e può produrre inefficienze e sfiducia.
Un passaggio che colpisce, perché raramente viene detto senza giri di parole, riguarda proprio l’economia locale. Nelle note si ricorda che la spesa per investimenti dei Comuni, dopo anni di compressione, è risalita e nel 2025 potrebbe toccare livelli record (si cita un ordine di grandezza attorno a 21 miliardi, contro 8,6 nel 2017). Questo è un elemento “positivo” del PNRR spesso sottovalutato: ha rimesso in moto, almeno in parte, il motore degli investimenti pubblici territoriali. Ma gli autori avvertono: se il ciclo PNRR termina e il sistema torna a comprimere gli investimenti o a irrigidire la gestione, l’effetto rischia di essere episodico e il Piano amplificherà tutte le contraddizioni strutturali del sistema economico nazionale. Ne cito tre, che sono anche tre lezioni di politica economica.
La prima è il trade-off tra efficienza ed equità nella selezione dei progetti. Le procedure competitive e l’accesso “a bandi” possono premiare non esigenze, ma capacità amministrative elevate, con il rischio di risultati modesti a livello sistemico o squilibri territoriali se non si costruiscono correttivi e supporti adeguati (in pratica: chi sa scrivere progetti prende risorse, chi avrebbe più bisogno resta indietro).
La seconda è la questione coesione. Nelle pagine si discute la clausola del 40% al Mezzogiorno e, più in generale, la difficoltà di conciliare competitività e coesione in un unico impianto, soprattutto quando le capacità territoriali sono molto diseguali. È un punto che ha implicazioni economiche forti: senza convergenza il Paese cresce poco e male; ma senza strumenti adatti (assistenza tecnica, programmazione, governance), l’obiettivo di coesione può restare nominale o produrre frizioni.
La terza riguarda la spesa corrente “dopo”. Investire in infrastrutture sociali e servizi richiede gestione, personale, manutenzione, cioè spesa corrente. Il testo segnala il rischio che, con regole fiscali e vincoli di bilancio più stringenti, la sostenibilità gestionale diventi il vero collo di bottiglia, con differenze territoriali che si amplificano. In termini di politiche pubbliche, è la vecchia storia: costruire è più facile che far funzionare.
Detto questo, il libro riconosce anche che negli ultimi anni qualcosa si è mosso sul lato “abilitante”: semplificazioni, strumenti digitali, reclutamento, consulenza, supporto tecnico. E cita esplicitamente anche il coinvolgimento di soggetti nazionali, a testimonianza di un tentativo (ancora incompiuto) di rafforzare l’ecosistema dell’attuazione. Qui sta una delle intuizioni più politiche del volume: il PNRR non è solo spesa, è costruzione di infrastruttura istituzionale. Se quell’infrastruttura regge, il “metodo PNRR” può contaminare anche le politiche ordinarie; se non regge, il rischio è che il Piano resti un evento eccezionale con effetti temporanei.
In conclusione, Il PNRR dell’Italia non chiede al lettore di tifare. Mostra come il PNRR abbia introdotto un’innovazione di metodo (performance, misurazione, responsabilità) e abbia riattivato investimenti, soprattutto territoriali; ma mette anche in evidenza perché, nonostante la fiducia e la spinta finanziaria, la crescita del PIL possa restare debole: la trasformazione di risorse in produttività e impatto richiede capacità amministrativa, selezione intelligente, governance multilivello e sostenibilità gestionale. È un libro che, più che “raccontare” il Piano, prova a farne una lezione di politica economica applicata: come si costruiscono politiche pubbliche possibili quando i vincoli sono reali e il tempo non ammette alibi.













