Il Rapporto annuale 2018 presentato dall’Istat contiene alcune conferme di tendenze ben note ma anche alcune novità. Vediamo dapprima le conferme. Con il 2018 l’Italia è entrata in una fase di declino demografico. La popolazione italiana al primo gennaio 2018 può essere stimata in 60,5 milioni di residenti e per il terzo anno consecutivo essa diminuisce, con il Mezzogiorno che contribuisce maggiormente a questa decrescita. Un altro tratto che negli anni passati era appena accennato ma che sta emergendo con sempre maggiore evidenza è la constatazione che negli ultimi tempi la popolazione straniera stia crescendo a ritmi molto ma molto modesti soprattutto se comparati con quelli dei primi anni Duemila, anche per effetto dell’acquisizione della cittadinanza di molti stranieri. Che l’Italia sia ormai manifestamente un paese multietnico e multi razziale è un tratto definitivamente confermato dalla presenza di quasi 50 nazionalità differenti che hanno più di 10 mila residenti. Ciò è una ricchezza culturale che il nostro Paese non dovrebbe disperdere.

Nonostante l’esistenza di una “sottopopolazione” straniera con struttura per età giovane e con una più alta prolificità che tempera un poco il quadro di malessere, si accentua sempre di più l’invecchiamento demografico, che nel prossimo futuro sarà sempre più intenso. Ciò per effetto del continuo calo della fecondità e della natalità (si pensi che nel 1952 la fecondità era di 2,34 figli per donna mentre oggi è di appena 1,34, valore lontano dal livello di 2,1 figli che assicurerebbe appena il ricambio delle generazioni) e di un costante aumento della sopravvivenza che fa sì che aumentino sempre di più gli ultrasessantacinquenni.

Con questo quadro di partenza, e considerate le tendenze in atto, si prevede che la popolazione italiana, in una prospettiva di medio- lungo termine, è destinata a ridursi a 54,1 milioni nel 2065 con una perdita di 6,4 milioni rispetto al dato odierno, come emerge dal Report “Il futuro demografico del Paese” recentemente pubblicato sempre dall’Istat. Se si considerano le grandi ripartizioni geografiche, emerge un elemento interessante: mentre per il Centro-nord vi è qualche incertezza sull’esatta direzione del cambiamento demografico, in nessun caso l’Istat prevede che le popolazioni del Sud e delle Isole possano intraprendere un percorso di crescita demografica; al contrario la popolazione del Sud Italia potrebbe giungere al 2065 con una riduzione di popolazione compresa tra 9,4 milioni e 12 milioni e quella delle Isole tra 4,5 e 7 milioni. Così che il 2065 ci consegnerebbe un’Italia molto diversa da quella di oggi per peso demografico e quindi politico: infatti, il Centro-nord accoglierebbe il 70,9% dei residenti contro il 65,7% di oggi, il Mezzogiorno il 29,1% di residenti contro il 34,3% di oggi. Non solo, ma in base allo scenario mediano previsto dall’Istat il saldo naturale negativo della popolazione aumenterebbe con costanza e sarebbe di 200 mila unità in meno nel 2024, di 300 mila in meno nel 2044 e addirittura di 400 mila in meno nel 2053; in termini relativi il tasso di decrescita naturale passerebbe da -3 per mille del 2017 a -7,8 per mille nel 2060. In questa situazione il Sud e le Isole sarebbero le aree ad avere la variazione per movimento naturale più importante, fino a -10 per mille nel 2065.

Il futuro sarà dunque caratterizzato dalle relazioni “meno madri potenziali/meno nascite” e da “più individui in età anziana/più decessi” e di conseguenza il nostro Paese è destinato con quasi certezza ad avere un crescente “malessere demografico” che inevitabilmente diventerà malessere socio-economico, con conseguenze facilmente immaginabili: ampie aree, specialmente quelle più interne, conoscerebbero un ulteriore spopolamento; le città percorrerebbero sentieri segnati da una sempre più evidente implosione demografica. Le tendenze qui descritte sono dunque molto chiare e forniscono un interessante e importante fonte di informazioni per le decisioni politiche, cioè per le scelte che passano attraverso la mediazione delle esigenze e delle istanze espresse dai vari strati della popolazione, riguardanti la vita associata. Speriamo che queste fonti di informazioni siano tenute in debita considerazione dalla politica, la quale faccia propria l’affermazione di Goethe che incita a scrutare nel futuro per volgere a nostro favore ciò che in esso oscilla, cioè l’incerto.


Questo saggio è stato pubblicato sul Quotidiano del Sud (Edizione del 17 Maggio 2018)


 

Giuseppe De Bartolo

Giuseppe De Bartolo

Professore di Demografia, Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza, Unical. Laureato in Scienze Statistiche e Attuariali presso l’Università di Roma nel 1966. Actuarial Student presso la Continental Assurance Co di Chicago nel 1967-1968.Ha conseguito la MaÎtrise in Demografia presso l’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) nel 1979. E’ stato visiting professor presso le Università di North York (Ontario) e di Niznhi Novgorod (Russia). S’interessa di stima e previsione della popolazione, di demografia regionale e delle minoranze linguistiche, di migrazione internazionale, di demografia applicata (Business Demography). Ha pubblicato numerosi saggi su riviste nazionali e internazionali ed è membro delle più importanti società scientifiche che studiano i problemi della popolazione.
Giuseppe De Bartolo