La principale anomalia dell’economa italiana è rappresentata dal bassissimo tasso di occupazione regolare nelle regioni del Mezzogiorno, un’area in cui vivono quasi 21 milioni di persone, pari a circa un terzo della popolazione italiana complessiva. Secondo le stime dell’Istat, nel 2018, per ogni 100 abitanti in età da lavoro (convenzionalmente da 15 a 64 anni), ne sono impiegati in media nelle regioni del Mezzogiorno soltanto 45, di cui circa un quinto in modo non regolare, a fronte di 68 per la media dei paesi OCSE, fra cui 80 in Svizzera, 77 in Svezia, 75 in Germania, Regno Unito e Giappone, 70 negli USA, 65 in Francia, con un tasso di irregolarità pari a circa la metà di quella del Mezzogiorno. È soprattutto il bassissimo valore del Mezzogiorno, inferiore di quasi 10 punti rispetto addirittura a quello della Grecia, che tiene basso al 59% il tasso medio di occupazione in Italia, nonostante un tasso di occupazione medio nel Nord dell’Italia uguale alla media dei paesi OCSE.

Il bassissimo tasso di occupazione nel Mezzogiorno, oltre a comportare gli effetti negativi evidenziati magistralmente da Amartya Sen, sembra costituire l’ostacolo principale sulla strada di quelli che sembrano essere i due principali obiettivi dell’attuale Governo: l’abbassamento dell’età in cui poter andar in pensione e il reddito di cittadinanza. Da un lato, è dal basso tasso di occupazione regolare che deriva l’esigenza per l’Italia di un’età di pensionamento relativamente elevata per mantenere in equilibrio il sistema previdenziale; dall’altro lato, sembra difficile comprendere come sia possibile, in un’area caratterizzata da una fortissima, strutturale, carenza di domanda di lavoro, che dai centri per l’impiego possano arrivare proposte di lavoro tali da rendere temporaneo il reddito di cittadinanza per una parte rilevante di coloro che potrebbero usufruirne.

Dal punto di vista teorico gli aspetti analitici fondamentali dell’economia del Mezzogiorno possono essere illustrati sulla base dell’analisi magistrale di James Meade (1951), premio Nobel per l’economia nel 1977 insieme a Bertil Ohlin, efficacemente illustrata mediante il diagramma di Swan nei principali testi di Economia internazionale (Krugman, Obstfeld e Melitz, 2015, pag. 338; D. Salvatore, 2016, pag. 173). Nell’analisi di Meade-Swan gli obiettivi sono l’equilibrio macroeconomico interno in termini di tasso di occupazione (o disoccupazione) e l’equilibrio esterno rappresentato da un saldo “di equilibrio” degli scambi con l’estero di merci e servizi. Gli strumenti sono la politica finanziaria (monetaria e fiscale) per il controllo della domanda interna e il tasso di cambio reale. La sintesi diagrammatica di Swan dell’analisi di Meade mette in evidenza una relazione diretta fra tasso di cambio reale e domanda interna per quel che riguarda l’equilibrio esterno e una relazione inversa dal punto di vista dell’equilibrio interno. Nel diagramma di Meade-Swan l’intersezione delle due curve dell’equilibrio interno e dell’equilibrio esterno individua la combinazione fra tasso di cambio reale e domanda interna a cui corrispondono sia l’equilibrio interno sia l’equilibrio esterno. Tutti gli altri punti del grafico rappresentano combinazioni non di equilibrio. Già Meade (1951, pag. 158) aveva individuato quatto tipologie di possibili squilibri “Any one country can be in any four possible disequilibrium situations. It may be (1) a surplus country with a domestic slump, (2) a surplus country with a domestic boom, (3) a deficit country with a domestic boom, (4) a deficit country with a domestic slump”.

Le regioni del Mezzogiorno sono certamente caratterizzate da una forte carenza di domanda di lavoro (slump), e, probabilmente, anche da un disavanzo negli scambi con l’esterno di merci e servizi più elevato di quello che si può ritenere politicamente sostenibile, anche alla luce dell’esito dei referendum di ottobre 2007 in Lombardia e in Veneto. Secondo l‘analisi di Meade, riportata nei testi di economia internazionale su cui studiano gran parte degli studenti universitari del mondo, la riduzione degli squilibri macroeconomici che caratterizzano il Mezzogiorno richiederebbe in primo luogo una “svalutazione reale” del tasso di cambio. Applicando al Mezzogiorno le analisi di Dornbusch (1973) e Jones (1974), una svalutazione reale del tasso di cambio significa sia una diminuzione del costo del lavoro nelle produzioni a mercato internazionale localizzate nel Mezzogiorno rispetto a quelle esterne al Mezzogiorno, sia una diminuzione all’interno del Mezzogiorno delle retribuzioni nei settori a mercato locale rispetto a quelle a mercato nazionale e/o internazionale.

Quest’analisi teorica può essere utile per una valutazione di alcune delle posizioni emerse nel dibattito innescato dalla proposta di Boeri, Ichino, Moretti e Posch (2015, 2018) di differenziare salari e stipendi fra le regioni del Nord e del Sud dell’Italia per motivi sia di equità, sia di efficienza. Dal punto di vista dell’equità essi sostengono che le rilevanti differenze nel costo della vita fanno sì che a retribuzioni nominali eguali corrispondano retribuzioni reali, per lo stesso tipo di lavoro, significativamente più elevate nel Mezzogiorno rispetto al Nord dell’Italia. Dal punto di vista dell’efficienza, salari nominali più bassi stimolerebbero la competitività delle produzioni meridionali, con effetti positivi su occupazione, reddito ed entrate fiscali e contributive. Valutazioni critiche su questa proposta sono venute, fra gli altri, da Franzini, Granaglia e Raitano (2016); Aiello, Daniele e Petraglia (2018a, 2018b, 2018c) e Tridico (2018a, 2018b), per quel che riguarda sia l’efficienza che l’equità. Dal punto di vista dell’efficienza si è sostenuto che: 1) differenze salariali sostanzialmente analoghe alle differenze di produttività sarebbero già presenti fra le regioni del Nord e del Sud dell’Italia; 2) salari più bassi avrebbero l’effetto di cristallizzare nel Mezzogiorno una struttura produttiva orientata verso settori a bassa intensità tecnologica.

Per quel che riguarda il primo ordine di considerazioni critiche c’è da osservare innanzitutto che le differenze attuali nelle retribuzioni riguardano esclusivamente le attività produttive private, mentre non sembrano essere presenti nel pubblico impiego, che rappresenta dal punto di vista dell’occupazione uno di principali settori a mercato locale del Mezzogiorno. L’importanza delle differenze retributive nel pubblico impiego per la competitività delle produzioni del Mezzogiorno è stata messa in evidenza, fra gli altri da Del Monte (1991); Alesina, Danninger e Rostagno (2001); Alesina e Giavazzi (2011). Alfredo Del monte, dopo aver messo in evidenza come nel 1987 le retribuzioni da lavoro dipendente fossero nel Mezzogiorno minori del 26% rispetto al Centro-Nord nelle imprese private, ma addirittura superiori del 5% nel pubblico impiego, sosteneva che: “Ristabilire differenziali salariali … nel settore pubblico appare certamente prioritario rispetto a qualsiasi discorso di differenziali salariali nel settore privato” (pag. 130). Alesina, Danninger e Rostagno stimarono per il Mezzogiorno un “wage premium” di circa il 26% nel settore pubblico rispetto al settore privato, e ne dedussero che ” This creates a culture that discourages private activities and entrepreneurship” (pag. 448). La quarta delle dieci proposte (a costo zero) di Alesina e Giavazzi per dare una scossa all’Italia era: “Permettere ai salari del settore pubblico di essere diversi da una regione all’altra a seconda del costo della vita. Al Sud il costo della vita é in media il 30 per cento inferiore rispetto a quello del Nord, ma i salari monetari dei dipendenti pubblici sono uguali. Questo permetterebbe un risparmio di spesa pubblica e faciliterebbe l’impiego nel settore privato al Sud dove oggi invece conviene lavorare per le amministrazioni pubbliche” (Alesina e Giavazzi 2011). In secondo luogo, l’eventuale corrispondenza fra differenze nel prezzo del lavoro e differenze di produttività nel settore privato fa riferimento alla produttività delle imprese attualmente operanti nel Mezzogiorno, mentre un aumento verso livelli fisiologici del tasso di occupazione richiede un forte aumento delle attività che producono nel Mezzogiorno beni a mercato internazionale; ciò, secondo le analisi di Meade-Swan, richiederebbe differenze nel prezzo del lavoro significativamente più forti del gap di produttività calcolato con riferimento alle scarse attività produttive a mercato internazionale attualmente operanti nel Mezzogiorno.

Per quel che riguarda la seconda critica, l’esperienza dei paesi che negli ultimi anni hanno sperimentato una forte crescita industriale partendo da prezzi del lavoro estremamente bassi, come, per esempio, la Cina, mostra come sia proprio la possibilità di ottenere profitti elevati grazie al basso prezzo del lavoro a fornire alle imprese le risorse finanziarie che consentono di effettuare gli investimenti necessari per un progressivo “upgrading” della qualificazione tecnologica della struttura produttiva.

In assenza di significative differenziazioni territoriali delle retribuzioni nel pubblico impiego, l’unica strategia realisticamente attuabile per abbassare il costo del lavoro nelle produzioni a mercato internazionale del Mezzogiorno, mantenendo le retribuzioni in queste attività almeno non inferiori rispetto al pubblico impiego, appare essere costituita da significativi sgravi fiscali e contributivi per i lavoratori impiegati in queste attività. A partire dagli anni novanta del secolo scorso, questa strategia di stimolo della competitività delle produzioni meridionali è stata vietata dalla Commissione europea, nella convinzione che l’aumento di competitività delle produzioni del Mezzogiorno potesse essere efficacemente perseguito mediante le politiche strutturali. In considerazione sia del clamoroso fallimento delle politiche strutturali (Perotti e Teoldi, 2014), sia di un atteggiamento del Governo italiano molto meno propenso che in passato ad accettare acriticamente i vincoli europei, sarebbe probabilmente opportuno aprire oggi un confronto serrato con la Commissione europea sulle strategie più efficaci per l‘aumento dell’occupazione nelle regioni del Mezzogiorno.

 


References
Aiello F., Daniele V., Petraglia C., 2018a, Livelli e dinamica della produttività e del costo del lavoro delle regioni italiane, OpenCalabria, 11 Aprile.
Aiello F., Daniele V., Petraglia C. 2018b, Ma i contratti collettivi di lavoro andrebbero aboliti? Un commento, Open Calabria, 15 Aprile.
Aiello F., Daniele V., Petraglia C., 2018c Salari, la stretta via per il riequilibrio Nord-Sud, OpenCalabria, 20 giugno.
Alesina A, Danninger S., Rostagno M., (2001), Redistribution Through Public Employment: The Case of Italy, IMF Staff Papers, Vol. 48, No. 3.
Alesina A., Giavazzi F., 2011, Dieci proposte (a costo zero) per dare una scossa all’Italia, Corriere della sera, 24 ottobre.
Aquino A., 2017, Competitive Imbalances as the Fundamental Cause of the Euro Area Crisis, in Paganetto L. (Ed.) Sustainable Growth in the EU: Challenges and Solutions, Springer, pagg. 149-172.
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Del Monte A. (1991), Fallimenti del mercato e fallimenti del governo: quale politica per il Mezzogiorno? Meridiana, n. 11-12.
Dornbusch R., 1973, Devaluation, Money, and Nontraded Goods, The American Economic Review, Vol. 63, n. 5.
Franzini M., Granaglia E., Raitano M., (2016), Bisogna tagliare i salari nel Mezzogiorno per ragioni di equità ed efficienza? Menabò di Etica ed Economia, n. 47.
Jones R, W., 1974, Trade with Non-Traded Goods: The Anatomy of Inter-Connected Markets, Economica, New Series, Vol. 41, n. 162.
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Perotti R., Teoldi F., 2014, Il disastro dei fondi strutturali europei, Lavoce.info.
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Swan T., 1963, Longer-Run Problems of the Balance of Payments, The Australian Economy, edited by H. W Arndt and W. Max Corden. Sydney: Cheshire, 384-395; reprinted in R. E. Caves and H. G. Johnson, eds., Readings in International Economics, Homewood, IL: Irwin for the American Economic Association, 1968.
Tridico P., 2018a, Di che cosa ha bisogno il Sud: gabbie salariali o investimenti? Sole 24 ore, 18 aprile.
Tridico P., 2018b, Salari, investimenti e produttività nel Mezzogiorno, Il Sole24 ore, 25 aprile.
Tridico P., 2018c, Salari, investimenti e produttività nel Mezzogiorno, OpenCalabria, 25 aprile.

Antonio Aquino

Antonio Aquino

Professore Emerito di Economia Politica presso il Dipartimento di Economia Statistica e Finanza DESF "Giovanni Anania" dell'Università della Calabria. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università L. Bocconi di Milano nel 1970. PhD presso la London School of Economics. Nel 1987 ha ricevuto il Premio Saint Vincent per l’economia.
Antonio Aquino