Introduzione. La conclusione della transizione demografica ci ha consegnato un Paese che unisce alla denatalità un accentuato e veloce invecchiamento della popolazione[i]. La riduzione delle nascite è stata continua nel tempo con una forte accelerazione dal 2008, anno in cui ha avuto inizio la crisi economica, interessando, anche se in vario modo, tutte le regioni italiane. Tra il 2008 e il 2017 ci sono state circa 120 mila nascite in meno da imputare per i ¾ alla riduzione del contingente di donne feconde (-900mila unità dal 2008 al 2018): ricordiamo che le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta (le baby-boomers) stanno uscendo dalla fase riproduttiva e le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti.

Per il resto, la diminuzione delle nascite è da imputare alla diminuita propensione delle donne italiane a fare figli, le quali hanno via via spostato in avanti la loro manifestazione feconda in attesa di tempi migliori, per cui, a furia di spostarla, molte di loro hanno rinunziato del tutto a un’altra maternità. Oggi, a livello regionale si osservano variazioni significative nei valori della fecondità: più elevata in molte regioni del Nord – con le provincie più prolifiche Bolzano (1,74) e Trento (1,49) – rispetto a quelle del Centro e del Mezzogiorno (Tabella 1). Se si scompone la natalità per ordine di nascita, si costata che sono diminuiti i primi figli (25% in meno rispetto al 2008) mentre i figli di ordine successivo si sono ridotti del 17%. Nell’ultimo ventennio la presenza straniera ha fatto da freno al calo delle nascite, tuttavia il suo impatto incomincia a esaurirsi e, infatti, per la prima volta dal 2008 i nati con almeno un genitore straniero sono scesi sotto i 100mila.

 

Il Mother’s Index nelle regioni italiane. L’Istat ha recentemente messo in evidenza che all’andamento decrescente del numero medio di figli per donna non ha corrisposto un altrettanto calo del numero desiderato che rimane ancora nell’ordine di due figli per famiglia. Di conseguenza, un aumento della natalità in Italia sarebbe ancora possibile[ii] se fossero rimossi gli ostacoli che impediscono alle donne la piena realizzazione del loro desiderio di maternità[iii]. La maternità, infatti, intralcia la partecipazione delle donne al mercato del lavoro; le madri subiscono discriminazioni in ambito lavorativo e molti dei provvedimenti a sostegno della maternità, essendo non strutturali, non hanno avuto efficacia sull’aumento della natalità. Infine, ricordiamo che pur avendo il nostro Paese un sistema che assicura una buona sicurezza sanitaria la rete dei servizi alla prima infanzia è molto carente e ciò non incoraggia la donna a programmare un’ulteriore maternità.

La conoscenza di come le mamme vivono nel Paese è dunque un’esigenza fondamentale per adottare misure adeguate che possano rimuovere gli ostacoli prima accennati. Proprio per questo motivo, come sta facendo da alcuni anni, Save the Children Italia ha pubblicato, in collaborazione con l’Istat, il Mother’s Index che attraverso 11 indicatori statistici consente di conoscere com’è variata la condizione socio economica generale delle mamme a livello regionale rispetto al 2004 – primo anno di osservazione e in cui il valore del Mother’s Index per l’Italia è stato posto uguale a 100 – ma anche com’è variata la loro condizione rispetto a ciascuna delle tre dimensioni significative individuate:

I valori della Tabella 2 mettono in evidenza la più favorevole condizione socio-economica delle mamme residenti nelle regioni nel Nord (indici superiori a 100) rispetto a quelle del Sud (valori inferiori a 100); ma anche un generale peggioramento della loro condizione tra il 2004 e il 2017, con l’eccezione delle provincie autonome di Trento e Bolzano. Tra le regioni del Sud la Calabria occupa una delle ultime posizioni con un netto peggioramento nel tempo dell’indice. Delle tre dimensioni, qui non riportate, quella più critica è l’area che considera la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Anche se le regioni del Nord tra il 2004 e il 2017 hanno mantenuto valori superiori a 100, in tutte le altre regioni (ad eccezione delle provincie autonome di Bolzano e Trento) vi è stato un netto peggioramento, particolarmente accentuato in Calabria e Sicilia. Infine, nella dimensione che considera i servizi alla prima infanzia tutte regioni presentano valori inferiori a 100 e decrescenti nel tempo con l’eccezione della provincia di Trento, della Valle d’Aosta e del Friuli Venezia Giulia. Anche in questa dimensione la Calabria si colloca negli ultimi posti della graduatoria regionale, con un’accentuata diminuzione del Mother’s Index rispetto al 2004. Ciò completa il quadro di penalizzante contesto in cui si trovano le potenziali mamme calabresi nella realizzazione dei loro progetti riproduttivi.


Riferimenti bibliografici

Istat, Natalità e fecondità della popolazione residente, anno 2017, novembre 2018

Save the Children Italia, Le Equilibriste, La maternità in Italia, maggio 2108

Istat, Indicatori demografici. Stime per l’anno 2017, febbraio 2018

Istat, La salute riproduttiva della donna, marzo 2018


[i] La Transizione Demografica è il processo che vede il passaggio da un regime di approssimativo equilibrio dei livelli di alta natalità e mortalità, a un nuovo regime, anch’esso approssimativamente equilibrato, caratterizzato da natalità e mortalità basse. Esaminando la serie storica del saldo naturale del nostro Paese dall’Unità a oggi, notiamo come le tendenze delle due variabili si conformino sostanzialmente allo schema della Transizione Demografica, con un passaggio dei due tassi dal 35-30 per mille abitanti di 150 anni fa a valori bassi del 10 per mille da più di un quarto di secolo.

[ii] Anche se in misura ridotta perché gran parte delle mancate nascite è dipeso dalla riduzione del contingente delle donne in età feconda, non facilmente modificabile.

[iii] Infatti, è stato stimato che se il numero medio di figli per donna nel 2028 salisse a 1,45, con la struttura femminile in età feconda prevista per quell’anno dall’Istat, le nascite risulterebbero 458.151, pari cioè al numero osservato nel 2017. Cfr. A. Rosina, M. Caltabiano, Il declino delle nascite si può fermare, Neodemos, 8/1/2019.

Giuseppe De Bartolo

Professore di Demografia, Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza, Unical. Laureato in Scienze Statistiche e Attuariali presso l’Università di Roma nel 1966. Actuarial Student presso la Continental Assurance Co di Chicago nel 1967-1968.Ha conseguito la MaÎtrise in Demografia presso l’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) nel 1979. E’ stato visiting professor presso le Università di North York (Ontario) e di Niznhi Novgorod (Russia). S’interessa di stima e previsione della popolazione, di demografia regionale e delle minoranze linguistiche, di migrazione internazionale, di demografia applicata (Business Demography). Ha pubblicato numerosi saggi su riviste nazionali e internazionali ed è membro delle più importanti società scientifiche che studiano i problemi della popolazione.
Giuseppe De Bartolo