COSENZA – In Calabria, il numero di poveri è in aumento. E’ solo un luogo comune o un dato statistico? E le politiche economiche messe in atto dalla nostra classe dirigente stanno funzionando o serve un cambio di visione? Ne abbiamo parlato con Francesco Aiello, professore ordinario di Politica Economica all’UNICAL che ha messo in piedi OpenCalabria, un laboratorio di idee sull’economia e lo sviluppo della regione.  (Massimo Clausi)

Qual è un dato di sintesi che rappresenta lo stato di salute dell’economia calabrese?

Possiamo fare riferimento alle previsioni di crescita elaborate la scorsa settimana dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. In base a queste stime, l’economia calabrese nel 2018 osserverà una crescita del PIL pari allo 0,7%, mentre le regioni più dinamiche saranno quelle del Nord, ossia Veneto (1,6%), Emilia Romagna (1,5%), Lombardia (1,5%) e Friuli Venezia Giulia (1,4%). Il dato calabrese è in linea con i risultati effettivi osservati negli ultimi tre anni, in cui le variazioni del PIL regionale hanno fluttuato attorno allo 0,8% annuo. Sono dinamiche regionali di adattamento al ciclo che, se persistenti, posizioneranno l’economia calabrese in un equilibrio di sottosviluppo: se nelle fasi di declino perdiamo più degli altri e nelle fasi di espansione cresciamo meno degli altri, i divari non possono che aumentare.

Esisterà un modo per uscire da questa potenziale trappola della povertà

Non occorre rassegnarsi a pensare di rimanere gli ultimi tra gli ultimi. Un’opzione di sviluppo da prendere in considerazione è quella di puntare alla valorizzazione delle poche risorse che abbiamo e delle poche attività che facciamo relativamente bene. Serve valorizzare le produzioni identitarie e i saperi locali tenendo conto dei nuovi paradigmi in cui si collocano le relazioni economiche tra regioni e tra paesi. All’interno di questo nuovo scenario di riferimento, per avere effetti visibili nel breve periodo una strategia deve puntare su pochissimi settori e far sì che lo sviluppo si propaghi nel tempo sul territorio. È facile prevedere che questo effetto di dispersione dello sviluppo è tanto più capillare quanto più presente è il settore nell’economia di riferimento e quanto più fitta è la rete delle relazioni economiche con gli altri settori.

Sembra essere un appello al cambiamento per il sistema produttivo regionale

Lo è. Non è possibile relazionarsi con i mercati senza essere consapevoli che la continua evoluzione del mondo richiede molta flessibilità e alta competitività. L’unica strategia vincente è che il sistema regione si inserisca all’interno di poche nicchie di mercato altamente dinamiche e remunerative. Se si riuscisse a fare ciò, l’economia calabrese non subirebbe più il ciclo economico.

Quale dovrebbe essere, secondo lei, il settore cui puntare?

L’esempio che meglio rappresenta una strategia d’urto è quello legato al consolidamento della crescita del settore agro-alimentare, in modo da combinare al meglio la storia e le specializzazioni dell’agricoltura in senso stretto con la domanda di modernizzazione richiesta a chi opera nel settore dell’alimentazione. La storia recente in Calabria può essere riassunta in questo modo: poiché i mercati richiedono sempre di più cibo di qualità, alcuni comparti hanno saputo intercettare il cambiamento delle preferenze dei consumatori e, oggi, vendono in nicchie di mercato extra-regionale ed estero in cui la sfida competitiva si vince sia sul prezzo, sia soprattutto sulla differenziazione del prodotto. Alla base dei casi di successo, c’è l’introduzione di importanti innovazioni organizzative e produttive che hanno garantito di aumentare e preservare la qualità dei beni, di certificarla e di soddisfare la domanda delle famiglie consumatrici.

Ma si tratta di fenomeni sì di successo, ma isolati

Vero. Infatti, le esperienze dovrebbero essere meglio organizzate in tutti gli anelli delle filiere, anche per garantirne la diffusione su tutto il territorio regionale. Un modo per farlo è di aggredire alcuni dei punti deboli del settore, ossia l’innovazione, la trasformazione in loco delle materie prime di origine agricola e l’accesso ai mercati internazionali. Si tratta di vincoli che obbligatoriamente richiedono massima attenzione da parte delle imprese e da parte di chi è preposto ad attuare politiche di sviluppo locale.

È chiaro che lei intende inizialmente far leva sul settore che meglio rappresenta la specializzazione dell’economia calabrese. Che cosa si potrebbe fare affinché le politiche a sostegno della crescita sostengano in modo efficace questo processo di cambiamento settoriale?

Personalmente non credo molto all’idea prosaica che il mancato sviluppo della regione sia dovuto all’assenza di politiche di aiuto e alla mancanza di investimenti pubblici. È più veritiero dire che l’inefficacia delle politiche pubbliche in Calabria è legata alla regola di disperdere risorse in mille interventi, impiegando capitali in settori marginali nell’economia regionale e per attività avulse dalle vocazioni del territorio. L’esito di questo approccio è che nella fase di implementazione delle politiche si registra un minimo di fermento nei settori che ne hanno beneficiato, ma alla fine del regime di aiuto l’impatto sull’economia reale è nullo. Volendo trovare una sintesi si potrebbe dire che molte politiche di sviluppo locale hanno creato “reddito nel breve periodo, ma pochissima occupazione nel medio periodo”. Hanno svolto una funzione meramente di ridistribuzione di denaro pubblico senza intaccare i vincoli del sottosviluppo regionale.

Fa riferimento alla polverizzazione della spesa. Cosa intende?

La polverizzazione delle risorse pubbliche è un errore che riconoscono in molti: economisti, commissari europei; membri dei comitati di sorveglianza; governatori delle regioni (da noi, oggi, Mario Oliverio), dirigenti ministeriali e dei dipartimenti regionali; parti sociali; associazioni di categoria. Se ne parla da almeno 15 anni. La curiosa circostanza è che si continua a fare questo errore. Un esempio aiuta a capire il problema: la Calabria intende promuovere investimenti in otto poli di Innovazione: in tal modo sarà soddisfatta la domanda di aiuto pubblico di otto settori, ma temo che l’impatto effettivo sarà (in media) prossimo allo zero. Quanti saranno le imprese che lavoreranno in modo autonomo dopo la fine del ciclo di programmazione? Quanti saranno i ricercatori occupati? Quanta sarà la nuova occupazione indotta dai poli? Quali e quante saranno le innovazioni che si produrranno in ciascun polo anche a servizio del tessuto imprenditoriale di riferimento? Questa bassa aspettativa è dovuta al fatto che le risorse che saranno allocate in ciascuno degli otto poli saranno poche per poter immaginare che la Calabria sia in grado di “toccare” la frontiera della conoscenza in un numero così elevato di ambiti tecnologici. L’esperienza della polverizzazione della spesa per l’innovazione osservata durante la programmazione comunitaria 2007-2013 è, a riguardo, un insegnamento da manuale.

Cosa fare, quindi?

A livello di gestione delle politiche pubbliche, si dovrà riempire di contenuti l’espressione “concentrazione della spesa”. Si dovrà pensare di concentrare le risorse a favore di pochi settori, tentando, in tal modo, di fare massa critica e rendere più efficace l’uso delle risorse. Ma non è un’idea rivoluzionaria: è scritto in tutti i documenti della programmazione 2014-2020. Da Bruxelles a Roma, da Roma a Catanzaro gli uffici della filiera legata alla euro-progettazione sono stracolmi di carte in cui l’espressione “concentrazione della spesa” è ad elevata frequenza. Il punto è che concentrare le risorse implica fissare delle priorità e fare delle scelte, lasciando, in tal modo, qualcuno fuori dalla distribuzione di denaro pubblico.

Nel caso delle politiche per l’innovazione, quanta spesa occorrerebbe concentrare?

Per l’impatto sistemico che avrebbe nel brevissimo periodo, la proposta più ragionevole che potrebbe essere adottata è di dedicare una quota elevata (50%) dei fondi previsti per i poli a quello sull’Agroalimentare e il restante 50% agli altri sei poli di innovazione. Sarebbe una chiara indicazione del fatto che la Calabria intende puntare per i prossimi 4/5 anni su un settore specifico in grado di avviare un percorso di crescita autonomo. Ovviamente, non servono solo i fondi dei poli di innovazione.

Cioè?

Se crediamo alla validità dell’idea, concentrare la spesa significa che il settore agro-alimentare diventi prioritario in molte altre linee di intervento. Per esempio, la Regione Calabria tra non molto presenterà al governo nazionale la richiesta per istituire la ZES a Gioia Tauro. Questa richiesta dovrà essere affiancata da un piano di sviluppo strategico in cui, a mio parere, occorrerebbe chiarire e spiegare che si intende promuovere una ZES non generalista. In altre parole, il piano dovrà esplicitare che nell’area ZES saranno accolte le richieste di investimenti produttivi provenienti in prevalenza da operatori del settore agroalimentare, mentre la restante quota potrà provenire dagli altri settori. Le quote credibili potrebbero essere l’80% per l’agroalimentare e il 20% per gli altri settori. In tal modo, la specifica politica di sviluppo locale favorirà la creazione di un Polo Agro-Alimentare in prossimità del porto di Gioia Tauro. Una concentrazione di attività di produzione di beni agro-alimentari che avrebbero la reale opportunità di utilizzare le vie del mare per raggiungere i mercati finali.

Lo stesso varrebbe, quindi, per le politiche per l’occupazione?

Certo. Si potrebbero dedicare molte risorse a sostegno dell’occupazione nelle filiere agroalimentari, che per essere altamente competitive necessitano di forza lavoro professionalizza in tutte le fasi della catena del valore (produzione, trasformazione e commercializzazione). La crescita di questo settore può essere da traino per l’occupazione in molte altre attività che offrono beni e servizi alle imprese agro-alimentari, D’altra parte, l’idea di avere un’imponente massa critica settoriale dovrebbe coinvolgere tutte le altre istituzioni che hanno qualche forma di relazione con l’industria dell’agri-business. Per esempio, per le università regionali sarebbe l’occasione per dare senso più compiuto all’idea del trasferimento tecnologico: molti dipartimenti universitari formerebbero professionisti del settore, consentirebbero a molti ricercatori di trovare occupazione in un settore dinamico e potrebbero finalizzare in senso industriale i risultati della ricerca. Anche in questo caso l’idea non è originale.

Perché?

Come si è potuto notare, tutto il ragionamento ruota attorno al settore agroalimentare e le risorse per sostenerlo provengono da varie parti. Per semplificare: tutti i dipartimenti regionali e tutte le parti sociali concorrono al perseguimento dello stesso obiettivo che è condiviso perché tutti hanno contribuito a identificarlo. È la concreta idea della circolarità dello sviluppo prevista nelle carte della strategia della specializzazione intelligente. Il punto è che molte delle cose scritte nei documenti della programmazione comunitaria rischiano di rimanere inattuate perché la circolarità impone tempi di attuazione rapidi e un livello di capacità amministrativa e di condivisione di un’unica idea di sviluppo che ancora non possediamo.

Qual è, in conclusione, la sua aspettative se fosse attuata la strategia che propone?

Il suggerimento di puntare in modo quasi esclusivo sul settore agroalimentare non solo consentirebbe di spendere in modo compiuto e più sistematico le risorse proveniente da più parti, ma questa spesa forzerebbe la conclusiva modernizzazione di un settore che, oggi, è l’unico in grado di garantire reddito e occupazione su vasta scala.


Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud (Edizione del 16 Gennaio 2018)