L’articolo propone una sintesi della relazione presentata dall’autore nel Workshop “Imprese e territori: focus sulla dimensione culturale”, organizzato da Fondazione Eni Enrico Mattei per la terza edizione dell’Annual Forum del Global Compact Network Italia, Matera, 11-12 ottobre 2018.

Il “territorio” genera sviluppo, ma solo a certe a condizioni

Il 19 gennaio è iniziato l’anno di Matera Capitale Europea della Cultura. Un’occasione irripetibile di sviluppo per la “città dei Sassi” e per la Basilicata. Ma anche l’occasione per chiedersi se il turismo culturale può bastare, da solo, per lo sviluppo del Sud.

Una riflessione generale motiva questo quesito. Da molti anni, grazie anche alle tesi sullo sviluppo locale “endogeno”, si è affermata l’idea che l’ascesa o il declino economico dei territori dipendano dalle loro risorse materiali e immateriali, come il civismo e la qualità delle istituzioni. Sebbene di questa tesi si sia fatto un certo abuso, l’esperienza dell’ultimo decennio – successivo alla crisi del 2008 – mostra come l’imprenditoria diffusa, legata alle risorse locali, possa spiegare il successo di alcuni territori. I sistemi produttivi locali che, anche al Sud, hanno meglio resistito alla crisi, sono stati quelli dotati di un “fattore territorio” di qualità. Nel concreto, quei territori in cui le istituzioni pubbliche e i privati hanno saputo aggregarsi e cooperare, creando le condizioni necessarie, ancorché non sufficienti, per organizzare in maniera efficiente la filiera produttiva locale, quale che sia la specializzazione prevalente.

L’efficiente organizzazione della produzione non si identifica necessariamente con un modello di sviluppo locale “inclusivo” replicabile in ogni contesto. L’efficienza crea sviluppo inclusivo se si realizza con una distribuzione equa delle risorse, che garantisca pari opportunità a tutti i potenziali beneficiari. E l’equità è una caratteristica tipica delle società “aperte”.

Ben diverso è il caso dei contesti socio-economici “chiusi”, dove il “fattore territorio” si identifica con un sistema di relazioni selettive basate non sulla valorizzazione delle competenze, ma sui rapporti di prossimità. Nelle società chiuse, al Nord come al Sud, il fattore territorio, invece di essere inclusivo, crea la frattura tra pochi privilegiati e molti esclusi. In quei territori, il contesto istituzionale, politico ed amministrativo pone un freno all’imprenditorialità privata diffusa invece di sostenerla. A queste condizioni, il sistema può crescere, senza inclusione sociale, finché le risorse (soprattutto quelle pubbliche) da distribuire sono relativamente abbondanti e gli esclusi accettano la propria condizione. Quando le risorse diventano scarse (perché, ad esempio, i finanziamenti pubblici diminuiscono o le persone più giovani e qualificate emigrano), le opportunità diminuiscono per tutti. Diminuiscono, si badi bene, anche per i rappresentanti delle élite e la crescita si arresta. Così aumentano le disuguaglianze, si diffonde la sfiducia nelle istituzioni e si mette a nudo l’insostenibilità sociale di un modello, che potrebbe anche essere efficiente ma di certo non equo.

Matera 2019: un’occasione per migliorare la qualità della vita

Tornando al quesito iniziale, il rafforzamento dell’industria del turismo culturale basterà a far sì che la cultura divenga, per la Basilicata, un’occasione di sviluppo inclusivo? Nella società lucana sono riconoscibili i tratti della chiusura piuttosto che quelli dell’apertura, come in altri territori, non solo meridionali. Le ragioni sono diverse: la Basilicata tende a respingere anziché custodire i suoi migliori talenti, ed è attraversata ancora da pressanti emergenze sociali ereditate dalla crisi, con fratture tra establishment ed esclusi che non mostrano segnali di ricomposizione.

Quando la “specializzazione” produttiva intorno alla quale un sistema locale “chiuso” vuole costruire il suo percorso di sviluppo è la cultura, l’uso distorto delle relazioni imprese-istituzioni-società rischia di diventare socialmente insostenibile, restringendo le opportunità di sviluppo. Lo dimostra l’esperienza disponibile per le Capitali europee della cultura degli anni passati. La qualità della vita dei residenti può infatti risentire negativamente di alcune conseguenze indesiderate dell’incremento repentino dei flussi turistici. Tra queste conseguenze, la congestione dei trasporti pubblici, l’aumento dei prezzi delle abitazioni e il conseguente incremento del costo della vita sopportato, in particolare, da chi non partecipa al business del turismo e perciò non vede crescere i propri redditi di pari passo con le spese. Il confronto tra costi e benefici del turismo non può, poi, prescindere dal costo di sostituzione degli investimenti pubblici, sottratti ad altri possibili impieghi che, soprattutto in certi contesti difficili, meriterebbero la priorità (o almeno questo è ciò che viene percepito dalle classi sociali più povere).

Le grandi occasioni di sviluppo legate all’incremento dei flussi turistici vanno quindi sempre valutate tendendo conto delle ricadute negative sul benessere dei residenti, soprattutto di quelli non direttamente coinvolti dagli eventi culturali e che, perciò, non traggono direttamente benefici economici da quegli eventi. Un aspetto, questo, particolarmente importante nei contesti marginali, dove la “cultura” è, purtroppo, un elemento sociale più divisivo che aggregante tra élite e classi meno abbienti.

Queste considerazioni rivelano le insidie dello sviluppo locale a base culturale. Le politiche, locali e nazionali, sono perciò chiamate ad anticipare i possibili impatti negativi sul benessere dei residenti, allargando lo sguardo oltre gli effetti che i flussi turistici producono nel breve termine. Matera 2019 potrà essere un’occasione di sviluppo inclusivo e duraturo se i suoi benefici ricadranno sul numero più ampio possibile di cittadini residenti e non solo sui visitatori. Piuttosto che basarsi sull’assunto dell’automatismo della relazione cultura-turismo-sviluppo, le politiche dovrebbero ambire, in via permanente, al miglioramento della qualità della vita dei residenti in una prospettiva quanto più ampia possibile. Ciò significa investire sulla vivibilità dei luoghi, sul miglioramento dei servizi, sulla conoscenza, sulla ricerca e l’innovazione. Si tratta di un obiettivo certamente ambizioso, ma funzionale all’attivazione di reali opportunità di lavoro, di sviluppo locale duraturo e inclusivo e, perciò, socialmente sostenibile.

Carmelo Petraglia

Carmelo Petraglia

Carmelo Petraglia è professore associato di Economia Politica presso l’Università della Basilicata, dove insegna Economia Regionale e Macroeconomia. È autore di diversi articoli pubblicati su riviste nazionali ed internazionali, tra cui “Regional Studies”, “Journal of Economic Dynamics and Control”, “Journal of Money Credit and Banking”. È membro del Comitato di Redazione della “Rivista economica del Mezzogiorno”, trimestrale della SVIMEZ, con la quale collabora da diversi anni sui temi dello sviluppo e delle politiche regionali.

Pagina web personale: https://sites.google.com/site/carmelopetraglia/
Carmelo Petraglia