L’Italia sempre più multietnica   Il primo giorno di quest’anno, come è ormai consuetudine, sui media sono apparse le notizie sulle prime nascite in Italia. La prima nata in Calabria è stata una bambina di genitori indiani, quindi un bambino da una coppia di genitori marocchini e così via. Il Corriere della Sera ha fatto un primo bilancio di quella giornata: metà sono stati figli di stranieri (moldavi, egiziani, macedoni, filippini), metà figli di italiani; un altro dato che emerge è che tra le prime nascite in Italia è prevalso largamente il sesso femminile. Naturalmente, questa primissima indagine non ha assolutamente una valenza statistica e va presa sola come una curiosità. Tuttavia, soffermandoci sul primo aspetto, è un’indicazione sintomatica del fatto che l’Italia si vada connotando sempre di più per la sua multi etnicità, anche se non nei termini che questo primo dato sulle nascite sembrerebbe far apparire. Infatti, con il trascorrere dei giorni il numero dei nati da entrambi i genitori stranieri si assesterà via via in un rapporto che verosimilmente sarà del 15% come negli scorsi anni, percentuale che sale al 20 % se si considerano soltanto le nascite con almeno un genitore straniero, con una forte variabilità territoriale: infatti, l’incidenza delle nascite da entrambi i genitori stranieri supera il 20% al Nord, è del 17% al Centro, è del 5-6% nel Mezzogiorno. Quando queste generazioni diventeranno più mature, i problemi legati alla multi etnicità saranno ancora più difficili da risolvere, come per esempio, per non allungare molto al di là lo sguardo, quelli riguardanti l’integrazione scolastica, soprattutto in molte regioni del Nord.

Natalità e fecondità ancora in diminuzione  Un altro aspetto su cui riflettere in questo inizio d’anno è ancora una volta il fenomeno della denatalità che tanta parte ha nel processo d’invecchiamento del nostro paese. Ricordiamo che nel 2016 sono nati in Italia meno di mezzo milione di bambini e che nell’arco di dieci anni (2008-2016), cioè dall’inizio della crisi economica, le nascite sono diminuite di 100mila unità. Tutto ciò è d’attribuire principalmente alla diminuzione delle nascite da genitori entrambi italiani, giacché le donne italiane in età produttiva sono sempre meno numerose e mostrano una propensione a fare figli sempre più declinante; alla diminuzione dei primi figli, ma anche delle nascite all’interno del matrimonio, da collegare in parte alla diminuzione del numero dei matrimoni medesimi. Non solo, ma sono in diminuzione anche i nati con almeno un genitore straniero e in questo gruppo è più accentuata la riduzione dei nati i cui genitori sono entrambi stranieri (nel 2016 sono stati meno di 70mila). Ma ciò che ancora di più preoccupa è che la fecondità, cioè la propensione a fare figli, non accenna a mostrare segni apprezzabili di ripresa: nel 2010 il numero medio di figli per donna da 1,46 è sceso a 1,34 nel 2016 e, se non ci fosse il contributo delle donne straniere, oggi la fecondità in Italia sarebbe addirittura di 1,26 figli per donna (Tab. 1).

E’ aumentata anche l’incidenza delle donne senza figli: ricordiamo che nella generazione del 1950 questa percentuale era dell’11,1%, e si stima che in quella del 1976, generazione che non ha completato la vita riproduttiva, arriverà al 21,8% (Istat, 2016). Un quadro dunque molto critico che non induce all’ottimismo sul futuro demografico dell’Italia. Ricordiamo che oggi il nostro Paese ha uno dei livelli più bassi di fecondità e uno dei più alti valori al mondo d’invecchiamento demografico, preceduto in questa graduatoria solo dal Giappone, in cui addirittura si sta pensando, con un artificio veramente originale, al fine di attenuare gli indici d’invecchiamento, di portare per legge l’età alla vecchiaia a settantacinque anni!

La necessità di una politica demografica organica  Per uscire da questo cul de sac oggi più che mai c’è bisogno di provvedimenti strutturali a sostegno della natalità, cioè di una vera e propria politica demografica che l’Italia dal secondo dopoguerra in poi non ha mai implementato. A onor del vero fino ad oggi sono state varate sì leggi ed emessi provvedimenti che direttamente o indirettamente hanno avuto un impatto sulla natalità, ma sempre al di fuori di un disegno organico, per cui – se si escludono le disposizioni contenute nella lex Julia e lex Papia Poppaea, emesse da Augusto rispettivamente nel 18 a. C. e nel 9 d. C., che costituiscono un dispositivo natalista senza eguali nella storia dei popoli (Tapinos,1996, Chapitre 8) – l’unico esempio di politica demografica razionalmente progettata e realizzata in Italia – pur condannandone l’obiettivo imperialista e guerrafondaio – rimane senza dubbio quella del regime fascista, la quale, lanciata con il famoso discorso del 26 maggio 1927, giorno dell’Ascensione, venne via via costruita fino al 1939 con provvedimenti di carattere sia positivo che negativo che, pur non raggiungendo appieno gli obiettivi che il regime si era prefissato, contribuirono comunque a temperare il processo di denatalità verso cui l’Italia già allora si stava incamminando (Cassata, 2007 e R. Volpi, 1989, cap. VI). Oggi le idee non mancano per realizzare una vera politica demografica pronatalista che tuttavia “richiede un’ottica lungimirante ]…[i tempi della demografia sono la distanza tra due generazioni, circa trent’anni; quelli della politica tendono invece a guardare, nel caso migliore, alla durata di una legislatura, cinque anni” (Blangiardo, 2018).

Il rapporto dei sessi alla nascita  Concludiamo questa nota con una curiosità statistica che confuta l’impressione fuorviante che si coglie osservando il risultato veramente parziale delle nascite del primo gennaio, che sono risultate largamente a favore del sesso femminile. Com’è noto, al momento del concepimento il rapporto fra i sessi è paritario, ma la più elevata mortalità femminile che si verifica nel corso della gravidanza fa sì che alla nascita questo rapporto si mantenga abbastanza stabile nel tempo e nello spazio, con un leggera prevalenza del sesso maschile, in ragione di 105-106 maschi per 100 femmine. Nonostante che l’eccedenza dei nati maschi sulle femmine fosse nota a Firenze sin dal 1300, il primo a cogliere appieno questa regolarità fu senza dubbio John Graunt, fondatore della statistica e della demografia, che la osservava di già dai dati della città di Londra dell’epoca, ma anche lo statistico tedesco Peter Süssmilch, vissuto nel ‘700, il quale vedeva nella stabilità del rapporto fra i sessi alla nascita un segno dell’Ordine Divino (De Bartolo, 1997, p.27). Per esempio, in Italia nel 1934 questo rapporto è risultato di 105,2 maschi per 100 femmine; nel 2015 è stato di 105,8 maschi per 100 femmine. A causa di una maggiore capacità di sopravvivenza delle donne rispetto agli uomini, che aumenta con l’età, tale rapporto diventa paritario a venti anni circa per poi invertirsi nelle età successive, tanto che nella terza e quarta età, soprattutto nelle società mature, si registra un forte squilibrio fra i sessi con una numerosa presenza delle vedove rispetto ai vedovi.

 


Bibliografia

1 –Istat, Natalità e fecondità della popolazione residente, Statistiche Report, Anno 2016, 28 novembre 2017.

2- G. Ph. Tapinos, La Démographie, Population, Economie et Société, Edition de Fallois, 1996.

3- F. Cassata, Il fascismo razionale, Carocci Editore, 2007.

4- R. Volpi, Storia della popolazione italiana dall’Unità a oggi, La Nuova Italia,1989.

5- G. Blangiardo, Le sfide demografiche per rilanciare il Paese, in http://www.settimananews.it/saggi-approfondimenti/le-sfide-demografiche-rilanciare-paese/ 7 gennaio 2018.

6-G. De Bartolo, Elementi di analisi demografica e demografia applicata, Centro Editoriale e Librario, Università della Calabria, 1997.

 

Giuseppe De Bartolo

Giuseppe De Bartolo

Professore di Demografia, Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza, Unical. Laureato in Scienze Statistiche e Attuariali presso l’Università di Roma nel 1966. Actuarial Student presso la Continental Assurance Co di Chicago nel 1967-1968.Ha conseguito la MaÎtrise in Demografia presso l’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) nel 1979. E’ stato visiting professor presso le Università di North York (Ontario) e di Niznhi Novgorod (Russia). S’interessa di stima e previsione della popolazione, di demografia regionale e delle minoranze linguistiche, di migrazione internazionale, di demografia applicata (Business Demography). Ha pubblicato numerosi saggi su riviste nazionali e internazionali ed è membro delle più importanti società scientifiche che studiano i problemi della popolazione.
Giuseppe De Bartolo